Category: Recensione


Lunedì 3 aprile un Teatro dell’Opera sold out ha accolto con entusiasmo Alchemaya, opera “sintonica” in due atti di Francesco e Max Gazzè prodotta da Francesco Barbaro. Sul palco, oltre a Gazzè, Ricky Tognazzi e la Bohemian Symphony Orchestra di Praga diretta da Clemente Ferrari.

La definizione di opera sintonica è un neologismo che spiega sia l’impiego integrato di strumenti sinfonici e sintetizzatori sia la carica innovativa di Alchemaya. Il titolo rimanda ad “alchimia”, termine derivato dal greco che significa fondere: è quello che accade con la combinazione fra i due mondi musicali ma anche con la ricerca di connessioni e scambi tra parole, musica e scenografia. L’opera è un concept che parla della creazione e prende forma dalla ricerca – spirituale e su temi di storia, filosofia, fisica quantistica – condotta da Max Gazzè negli ultimi vent’anni.

Il primo atto dello spettacolo, ovvero l’opera vera e propria, è strutturato nell’alternanza forse un po’ troppo netta tra sezioni narrative e musicali. Le letture, affidate alla voce di Ricky Tognazzi, sono liberamente tratte da vari testi, quali la III e V Tavola Smeraldina e la Bibbia. I brani sono invece tutti inediti, scritti prevalentemente da Francesco e Max Gazzè. Nel secondo atto, strutturato come un concerto, vengono riproposti alcuni dei maggiori successi del cantante in versione sintonica. Si inizia con Il solito sesso, presentata al Festival di Sanremo 2008, per poi ripercorrere le tappe principali della sua carriera con Il timido ubriaco, Cara Valentina, Una musica può fare fino a brani dall’ultimo disco Maximilian (Ti sembra normale, Nulla e Mille volte ancora). Gazzè presenta anche due inediti, Se soltanto e Un brivido a notte, che spiega essere nati parallelamente alla composizione dell’opera sintonica.

Il programma di sala si apre con una citazione di Giordano Bruno, ben rappresentativa dello spirito dell’opera: «l’uomo non ha limiti, e quando un giorno se ne renderà conto sarà libero anche qui in questo mondo». Il superamento delle barriere come presupposto per la conquista della libertà è di fatto il compimento del processo di creazione, un tema che trova riscontro anche nei testi, ad esempio nella Tavola di Smeraldo (F. Gazzè, M. Gazzè): «Tu, uomo del presente, / stella triste / confinata sempre / nelle sciocche / norme / del tuo corpo, / fuggi il torto / uguale / d’ignorare / ciò che / non esiste, / perché esiste / in altre forme». Le parole di Giordano Bruno ribadiscono inoltre la sete di cambiamento e di sperimentazione che aleggiano attorno all’opera. Da sottolineare in tal senso la cosciente rinuncia alla forma canzone tradizionalmente intesa a favore di composizioni articolate secondo una logica narrativa, che niente concede al facile ascolto.

Come spiegato da Gazzè, Alchemaya è prima di tutto un progetto culturale costituito da testo, musica e scenografia. Le tre dimensioni entrano in relazione tra loro partecipando, ognuna dal suo punto di vista e mediante il proprio linguaggio, alla costruzione del tema centrale. Per far questo Gazzè non stravolge il suo linguaggio, ma cerca delle strade per dilatarlo, delle nuove soluzioni che allarghino i confini del genere sino a trovare dei punti di contatto con territori stranieri. La scelta dei teatri d’opera è in tal senso sintomatica, auspicando tra l’altro, accanto alla contaminazione dei generi, una contaminazione tra pubblici diversi, notoriamente ancorati ai loro mondi musicali.

Chi si aspetta di trovare in Alchemaya innovazioni tecniche o strutturali rimane tuttavia inesorabilmente deluso. Presi singolarmente, gli elementi caratterizzanti di questo lavoro – come la combinazione di sintetizzatori e strumenti sinfonici o la stessa struttura del concept – fanno già parte della nostra storia recente. La novità dell’opera non consiste dunque nella proposta di soluzioni realmente inedite, quanto nella combinazione originale di tali elementi in un progetto organico, fortemente caratterizzato da una specifica personalità artistica. Come spesso accade dobbiamo ragionare nei termini di riletture, che proprio in quanto tali forniscono un contributo tanto personale quanto originale. Per apprezzare pienamente il valore dell’opera è poi necessario contestualizzarla non solo nel percorso artistico di Max Gazzè, ma anche nella situazione che investe oggi l’industria musicale. Un lavoro tanto ambizioso e coraggioso, a ben vedere, è la naturale evoluzione di un artista che ha da sempre preso sul serio la canzone, cosciente delle enormi potenzialità del genere. In questo è senz’altro erede della migliore tradizione del cantautorato italiano, da sempre convinto assertore della sussistenza di un errore di fondo nella distinzione tra arti maggiori e arti minori. «Fare pop è davvero un’arte difficile» ha dichiarato solo pochi mesi fa Max a Ernesto Assante per Repubblica, «significa fare cose orecchiabili, archetipiche, ma ricche e a loro modo complete, c’è una meticolosa stesura del testo, una attenta ricerca sul suono delle parole che faccio con mio fratello, le assonanze, le rime interne. La semplicità da filastrocca è solo apparente: i testi sono complicati, come quello di Sotto casa, ci sono duemila parole ma i bambini la cantano subito». La cura di ogni aspetto di una canzone e in particolare delle complesse relazioni che intercorrono tra testo e musica, è sempre stata una cifra distintiva della sua produzione. Spiegava alcuni anni fa Francesco Gazzè, suo fratello e collaboratore, che «il matrimonio parole-musica deve basarsi sulla parità, sul coinvolgimento reciproco, sullo scambio disinteressato delle emozioni, proprio come accade in un matrimonio ben riuscito» (Parlare di musica, a cura di Susanna Pasticci, Meltemi 2008).

All’origine di Alchemaya c’è tutto questo, oltre alla sperimentazione ed esplorazione continua di territori sconosciuti. Ma c’è anche qualcosa che trascende l’universo Gazzè e che ha a che fare con il nostro modo di vivere la cultura: lo spettacolo mette in scena il bisogno oggi fortissimo di integrazione tra sistemi musicali, che sta portando sempre più frequentemente ad aprire dei valichi all’interno di muri che sembravano insormontabili. Gazzè ha stimolato e sorpreso il suo pubblico e lo ha fatto garbatamente, ma con fermezza e convinzione. Gli spettatori hanno sostenuto la nuova produzione, alternando attenzione e curiosità con momenti di entusiasmo e regalando all’artista la standing ovation finale, definitiva consacrazione di una serata densa di emozioni.

Da Amadeus, di Vera Vecchiarelli

 

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Fonte: Ansa.it

 © ANSA

C’è Max, c’è Maximilian, ma soprattutto c’è Massimiliano in Alchemaya, il nuovo progetto live di Gazzè, che ieri sera, 3 aprile, ha debuttato in un Teatro dell’Opera di Roma sold out. Un progetto ambizioso e visionario per la sua (prima) opera “sintonica” che mette insieme la Bohemiam Symphony Orchestra di Praga (diretta da Clemente Ferrari) e i sintetizzatori. “C’è molto di me in questo spettacolo – racconta il cantautore nei camerini, al termine di due ore e mezzo di spettacolo che ha sorpreso il pubblico, lo ha prima intimidito e poi trascinato in un viaggio alla scoperta dell’uomo -: ci sono 20-30 anni di studi, indagini e approfondimenti storici e filosofici. Nella prima parte, molto strutturata, ho cercato di raccontare una storia, un percorso che parte dalla pre-genesi. E mi piaceva affrontare il concetto di creazione dell’uomo per arrivare a capire cosa è davvero, la sua vera essenza, il suo slancio verso il divino, la sua coscienza. Con musiche a tema, in una sorta di concept, un Yellow Submarine che invece di stare sotto l’acqua, vola alto”. E un po’ si stupisce anche lui di aver portato le contaminazioni pop su un palco come quello del Costanzi. “Un posto sacro. Chi l’avrebbe mai detto?”.
Musiche originali alternate a narrazioni, lette da una voce d’eccezione come quella di Ricky Tognazzi, che citano Giordano Bruno, la Bibbia, le tavole sumeriche, i manoscritti di Qumran: un viaggio onirico e spirituale, sottolineato dall’esecuzione magistrale dei 50 maestri d’orchestra che accompagnano e sostengono il cantautore, il quale per una volta ha abbandonato il basso per metterci “solo” la voce. “Niente cori, niente strumenti: ho puntato a scarnire, a decostruire. Insieme al direttore Ferrari abbiamo lavorato tanto sugli arrangiamenti, sulla scrittura. Una grande fatica: diciamo che il 10% è stata ispirazione, il 90% traspirazione”, scherza Gazzè che nella seconda parte dello spettacolo ha invece regalato agli spettatori (tra i quali non potevano mancare i colleghi e amici di sempre Daniele Silvestri, Niccolò Fabi e Carmen Consoli), che al termine lo hanno omaggiato con una lunga standing ovation, una rivisitazione di alcuni dei suoi brani più famosi, sempre in chiave sinfonica. Da Il solito sesso a Il timido ubriaco, passando per Sotto casa e La vita com’è. “Canzoni che sono state spogliate e ricomposte: in Cara Valentina c’è Mozart, l’intro di Ti sembra normale è Cuore matto”, fa notare ancora. La sorpresa sono stati anche due inediti, Se soltanto e Un brivido a notte. “Mentre scrivevo Alchemaya, una gestazione iniziata a settembre, è venuta fuori anche qualche canzone nuova. Tre finiranno nel disco di Alchemaya, che da domani cominceremo a registrare. Un disco doppio che ripercorrerà il live e che mi piacerebbe fosse ascoltato dall’inizio alla fine, senza salti. Non mi preoccupo se Alchemaya piaccia o non piaccia, per me ha un senso ed è quello l’importante”. Dopo l’anteprima a Spoleto e il debutto a Roma, Alchemaya toccherà Firenze l’8 aprile, Napoli il 10, Milano l’11 e il 12, Padova il 13 e Torino il 14.

L’opera “sintonica”, che unisce classica ed sintetizzatori, ha debuttato con successo al Teatro dell’Opera di Roma

Max Gazzè

Un po’ poeta, un po’ menestrello, Max Gazzè ha fatto dell’originalità, unita a uno spiccato gusto melodico e a un’impeccabile tecnica di bassista, il suo marchio di fabbrica. Un moderno cantastorie, capace di passare con disinvoltura da canzoni ironiche e surreali a ballad emozionanti e poetiche.

E’ stato davvero un anno magico, il 2016, per il cantautore romano, grazie all’accoglienza entusiastica ricevuta dell’album Maximilian, insignito di 2 dischi d’oro per lo stesso Maximilian e per il singolo Ti sembra normale, il brano italiano più trasmesso dalle radio la scorsa estate, e 2 dischi di platino per La vita com’è e Ti sembra normale.

Maximilian ha messo in luce le diverse sfaccettature della personalità artistica di Gazzè: da quella più pop della Vita com’è a quella sperimentale di Verso un altro immenso cielo, da quella ironica di Ti sembra normale fino a quella melodica di Mille volte ancora.

Gazzè non è, però, il tipo di artista che si accontenta del successo da classifica, ma chiede sempre di più a se stesso e, conseguentemente, al suo pubblico, che lo apprezza proprio per la sua capacità di sperimentare e di sperimentarsi.

Per questo ha voluto cimentarsi nell’impresa un po’ folle, in questi tempi di ristrettezze economiche anche nella discografia, di un’opera sinfonica, Alchemaya, complessa, profonda e ambiziosa che sarà trasposta su disco dopo l’estate.

L’opera, scritta e musicata da Max Gazzè con il fratello Francesco ed eseguita dai 50 elementi della Bohemian Symphony Orchestra di Praga diretta dal Maestro Clemente Ferrari, è stata salutata ieri sera dalla calorosa standing ovation del Teatro Dell’Opera, dove erano presenti anche i colleghi-amici Niccolò Fabi e Carmen Consoli.

Il tempio della classica e della lirica era sold out in ogni ordine di posti per assistere alla prima rappresentazione di Alchemaya dopo l’anteprima andata in scena il 1 aprile a Spoleto. Le prossime date saranno stasera al San Carlo di Napoli, l’8 aprile al Teatro dell’Opera di Firenze, l’11(quasi sold out) e il 12 al Teatro Arcimboldi di Milano, il 13 al Gran Teatro di Padova e il 14 all’Auditorium del Lingotto di Torino.

Quando abbiamo intervistato per la prima volta Max Gazzè, siamo rimasti favorevolmente colpiti dalla eterogeneità dei suoi interessi culturali, finendo a parlare di musica quasi marginalmente. Di quella conversazione ci colpì in particolare il racconto sulle affinità tra le più antiche tradizione mistiche orientali e le più moderne implicazioni della fisica quantistica, accomunate dall’assunto “l’osservatore è la cosa che osserva”.

«Alchimia è un termine che viene dal greco e significa fondere, che è quello che accade con la combinazione fra i due mondi musicali di Alchemaya -ha dichiato Gazzè- Ma c’è di più, un vero e proprio concept che nasce dalla mia ricerca personale negli ultimi vent’anni su temi di storia, filosofia, fisica quantistica e dalla mia ricerca spirituale».

Lo spettacolo alterna la voce calda e intensa dell’attore Ricky Tognazzi, protagonista pochi mesi fa del video dei leggendari New Order Tutti frutti, ai brani cantati da Max che, spronato dall’imponente suono dell’orchestra, spinge la sua voce al massimo, come forse non aveva mai fatto prima d’ora, con ottimi risultati. Nell’intenzioni dell’autore Alchemaya è una “opera sintonica”, dove “sintonica” è la crasi tra “sintetizzatori” e “sinfonica”.

Peccato che, nel buio del teatro, non si possa leggere il ricco e policromo libretto, curato dagli stessi Luca e Maz Gazzè, una vera chicca da collezione che permette di apprezzare appieno la profondità e la vastità dei temi trattati, frutto degli studi dei manoscritti di Qumran e sulla storia degli Esseni: dalla nascita del mondo e dell’uomo, alla presa di coscienza del divino dentro di se’, grazie alla capacità creatrice della sua mente.

Una visione positiva dell’evoluzione e dell’uomo, tratteggiata lungo un’appassionante cavalcata tra classica ed elettronica, descritto come “un gigante pazzesco nato buono”, che si conclude, dopo un’ora e dieci, con le fologoranti parole “voglio farmi emozione, senza rabbia e paura, essere ora divino, vivere come un esseno”.

La seconda parte di Alchemaya, più accessibile e coinvolgente, propone i successi di Gazzè riletti in chiave sinfonica, sulla falsa riga dei riusciti esperimenti di Peter Gabriel e Sting.

“Il primo atto era strutturato attorno ad una narrazione- sottolinea Gazzè- Nel secondo, facciamo un po’ come caxxo ci pare”.

La partenza è affidata a Il timido ubriaco, che guadagna eleganza e pathos dalla rilettura orchestrale.

Seguono due interessanti versioni de Il solito sesso e di Atto di forza(vincitrice due anni fa del Premio Amnesty), ma è l’irresistibile Ti sembra normale ad allentare i freni inibitori, indotti probabilmente da una cornice prestigiosa come il Teatro dell’Opera, con il battito delle mani del pubblico a tenere il tempo.

Dopo l’intensa Nulla, atmosfere da cabaret brechtiano caratterizzano La vita com’è, uno degli esperimenti più riusciti della serata, salutata da scroscianti applausi.

Non solo successi, ma anche brani inediti che faranno parte del prossimo progetto discografico, come la malinconica Se soltanto, introdotta da un doveroso ringraziamento al fratello Francesco, suo alter ego nella cruciale fase di composizione: “Il meccanismo di scrittura con mio fratello è molto semplice -spiega Max- è come un barometro emotivo: io guardo lui che si emoziona, io mi emoziono perché lui si emoziona”.

L’intro di Cara Valentina ha suggestioni quasi wagneriane, mentre nel finale il pubblico canta a piena voce il coro da stadio.

Il bis è ricco, con gli inediti Un brivido a notte e Verso un altro cielo immenso, intervallati dalla hit Una musica può fare, quasi un manifesto programmatico della poetica di Gazzè che, con le sue canzoni, riesce sempre nell’effetto congiunto di far muovere, allo stesso tempo, gambe e cervello.

La scaletta di Alchemaya

I atto:
lettura “Progenie”
“L’origine del mondo”
lettura “Anello mancante” “Il diluvio di tutti”
lettura “Enuma Elish”
“La tavola di smeraldo”
lettura “L’Atlantideo”
“Vuota dentro”
lettura “Bassa frequenza”
“Visioni ad Harran”
lettura “Ezechiele”
“Alchimia”
“Etereo”
lettura “XXII”
“Il progetto dell’anima”

II atto:
“Il timido ubriaco”
“Il solito sesso”
“Atto di forza”
“Ti sembra normale”
“Nulla”
“La vita com’è”
“Se soltanto”
“Cara Valentina”
“Edera”
“Mentre dormi”
“Sotto casa”
“Un brivido a notte”
“Una musica può fare”
“Verso un altro immenso cielo”

Dai successi pop a un’opera esoterica. Il fossato è ampio ma Max Gazzè prova a fare il salto. Il musicista romano è uno che il pop lo ha sempre trattato con nobiltà e da cui, dal Sanremo 2013 di «Sotto casa» al «Ti sembra normale» nella top 5 (e primo italiano) dei più trasmessi in radio nel 2016, ha avuto grandi soddisfazioni. Il prossimo progetto di Max è «Alchemaya», un’opera sintonica la chiama, che debutta il 1° aprile a Spoleto (quindi Roma il 3, Firenze l’8, Napoli il 10, Milano l’11 e il 12, Padova il 13, Torino il14) e che diventerà in un secondo momento un album.

 

Scusi l’ignoranza… cos’è un’opera sintonica?

«Ho coniato un neologismo che mischia le parole sinfonica e sintetizzatori. Lo spettacolo mi vedrà sul palco con la Bohemian Symphony Orchestra diretta dal maestro Clemente Ferrari e con dei musicisti che suoneranno solo dei sintetizzatori modulari. Niente band; niente basso, chitarra e batteria».

Perché «Alchemaya»?

«Alchimia arriva dal greco fondere, che è quello che accade con la combinazione fra quei due mondi musicali. Ma c’è anche un concept che nasce dalla mia ricerca personale su temi di storia, filosofia, fisica quantistica e dalla mia ricerca spirituale».

Un progetto ambizioso…

«Lo spettacolo è diviso in due parti. La prima, quella nuova, è più contemplativa. Non ha lo spirito “divertente” del concerto. Voglio creare uno spiraglio, una fessura attraverso cui chi ascolta le canzoni può osservare se stesso. Ci sarà anche la voce narrante di Ricky Tognazzi. La seconda è uno show con i miei brani riarrangiati in versione sintonica».

In fuga dal successo pop?

«Sono un musicista e non solo un cantante e ho fatto qualcosa per me, per Massimiliano. Qualcosa che mi liberasse dal pop ed esprimesse il lato spirituale della musica, quello che fa ballare un bambino».

Di cosa parlano i brani dell’opera?

«I testi delle canzoni, scritti con mio fratello Francesco, seguono un percorso che parte dal passato, dalla creazione dell’uomo, per arrivare all’interno dell’uomo. C’è qualcosa che lega le religioni e i pensieri spirituali della civiltà mesopotamica, di quella egizia, degli ebrei e dei cattolici. Lo slancio verso il divino ha a che fare con radici comuni molto antiche».

Come è nata questa passione?

«Papà era molto religioso e aveva profonde conoscenze teologiche sulle origini del cristianesimo. Così per poter discutere con lui andavo a documentarmi in biblioteca e in libreria nel settore religione, filosofia, esoterico. Sono partito dai manoscritti di Qumran, i rotoli ritrovati sul mar Morto su cui gli studiosi sono ancora al lavoro, per poi passare a studi sugli Esseni e sulla Fratellanza bianca e altro».

Le daranno del rettiliano, dell’illuminato…

«Non seguo le teorie sulla cospirazione e i temi new age che sono tanto popolari su internet. Il mio è un interesse storico e di conoscenza personale».

Tranquillizziamo i fan del Gazzè più tradizionale. Quest’estate a Collisioni ci sarà un concerto con Silvestri e Consoli. Un nuovo trio?

«Daniele e Carmen sono come un fratello e una sorella, gli voglio bene. Faremo una bella cosa ma penso debba rimanere uno spettacolo unico, un happening».

 

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( foto di Simone Cecchetti https://www.facebook.com/simone.cecchettibis )

Panorama.it

“Quello che vogliamo trasmettere con questo progetto è la potenza del collettivo sul singolo, l’importanza di mettersi insieme”, ha spiegato Niccolò Fabi il giorno della presentazione dell’album Il padrone della festa, realizzato a sei mani con gli amici-colleghi di sempre Daniele Silvestri e Max Gazzè, con i quali ha diviso tante volte il piccolo palco de Il Locale di Roma.

E’ innegabile che il loro progetto discografico prima, e poi il tour insieme siano stati due delle più belle sorprese musicali dell’ultimo anno.

Ieri sera una spettacolare luna piena ha accompagnato a Rock in Roma l’ultimo concerto congiunto dei tre artisti, almeno per un po’ di tempo. D’altra parte era stato messo in chiaro fin dall’inizio chela loro sarebbe stata una collaborazione limitata nel tempo, prima di tornare ciascuno alla sua carriera solista, arricchita da un bagaglio d’esperienze di inestimabile valore umano e artistico.

Non c’era, però, nessuna nostalgia tra i 20.000 spettatori che sono accorsi ieri sera a Rock in Roma, ospitato all’Ippodromo delle Capannelle, per abbracciare l’ultima volta i propri beniamini. Colpiva immediatamente l’eterogeneità del pubblico, composto da ragazzi dai venti ai cinquant’anni, in alcuni casi anche con prole a seguito, tra fan della prima ora e nuovi “adepti” conquistati da Il padrone della festa.

In effetti, più che un concerto, è stata una vera e propria festa, che ha preso il via alle 22 per concludersi quasi tre ore dopo con un interminabile e meritato applauso.

Un battito cardiaco, accompagnato dalle immagini in bianco e nero dei momenti più belli del tour,  scandisce l’ingresso dei tre cantautori romani, che aprono le danze con i ritmi in levare di Alzo le mani.

“Come saprete in molti questa è l’ultima data -sottolineano i tre- dovevamo finire il tour ancora prima, ma non potevamo non chiuderlo nella città dove tutto è iniziato”.

I ritmi salgono con Life is sweet, che dal vivo ha un tiro ancora maggiore che nell’album, salutata da un cartello di una fan con la scritta “Con voi Life is sweet”.

Atmosfere più morbide caratterizzano Sirio di Max Gazzè, brano forse ispirato al successo di Alan Parsons. “Sono contento di aver suonato questa canzone- spiega Fabi- è una delle prime che Max suonava al Locale. Ci sembrava perfetta per mostrarvi la bellezza della libertà che ci siamo concessi“.

Una buona idea, cantata a due voci insieme a Gazzè, acquista via via ritmo e bassi, con il refrain che viene cantato in coro dal pubblico di Capannelle.

“Già ai tempi del locale avevo cercato di mostrare che si poteva scrivere una canzone su qualsiasi minchiata”, afferma Silvestri per introdurre il suo godibile Il flamenco della doccia, accompagnato dai battiti di mani da improvvisati ballerini spagnoli e dai cori in francese maccheronico dei suoi divertiti compagni di viaggio.

Verso la fine del brano fa il suo ingresso, battendo le mani a mo’ di ballerini di flamenco, la superband che li ha accompagnati in questi mesi di tour, “i nostri migliori amici che sono anche i nostri migliori musicisti”, come afferma Gazzè: Roberto Angelini alla chitarra elettrica e slide, Max Dedo  ai fiati, Gianluca Misiti alle tastiere, Piero Monterisi alla batteria, Josè Ramon Caraballo Armas alle percussioni e tromba e Adriano Viterbini alle chitarre.

Regala grandi emozioni L’amore non esiste, basata su un gioco di rimando tra gli opposti, con Silvestri e Gazzè che premono volutamente l’acceleratore sul cinismo, mentre a Fabi è affidato il ruolo del cantante romantico, esemplificato dalla frase “l’amore non esiste, esistiamo io e te”. Bella la coda  strumentale, con un imponente finale in crescendo alla Beatles e il coro “pa pa pa” che sembra pensato apposta per le grandi platee.

“Già partono le prime stecche”, si scusa sornione Gazzè. “Sono scelte alternative alla nota giusta -replica divertito Fabi- poi tu hai sempre fatto come cazzo ti pareva”. Un assist per la successiva Come mi pare, il cui testo offre diversi spunti di riflessione: “Chi vuole scrivere impari a leggere, chi vuole suonare prima deve imparare ad ascoltare, chi vuole ridere impari a piangere, chi vuole capire prima deve riuscire a domandare”.

“Come va?-chiede Gazzè- Fa caldo? Oggi non sapevo come vestirmi, mi sono portato dietro l’armatura saracena,  ma poi non me la sono messa”.

E’ il momento, per ciascuno, di interpretare una canzone del suo ricco repertorio: Ma che discorsi di Silvestri, E’ non è di Fabi e Il solito sesso di Gazzè, quest’ultima accolta da un vero e proprio boato.

Lo show è rodato nei minimi particolari e non ha mai una caduta di tensione, con i tre artisti che si divertono a spalleggiarsi e a fare da coristi l’uno all’altro, mentre la band macina virtuosismi chitarristici, solida ritmica e fiati ricchi di pathos.

Vento d’estate, ormai un classico della bella stagione, non mostra i suoi quasi vent’anni, ma risulta ancora fresco come una brezza marina.

Silvestri è coinvolgente e autorevole nell’ invettiva politica de Il mio nemico, mentre atmosfere decisamente più spensierate caratterizzano L’avversario, uno dei momenti più divertenti e coreografici del concerto,  dove Max Gazzè e Niccolò Fabi fanno il loro ingresso con la vestaglia da pugili impreziosite dalle scritte Max e Nicc, per affrontarsi a colpi di canzoni del loro repertorio, arbitrati da Daniele Silvestri, che a sua volta accenna Le cose che abbiamo in comune.

Fabi canta Mentre dormi di Gazzè e incanta in Costruire, uno dei suoi brani più emozionanti, al termine del quale viene abbracciato con trasporto da Silvestri. E’ il momento della sua latineggianteAutostrada, scandita dal suo personale fraseggio quasi rappato, che si trasforma nel finale in Corazon espinado di Santana, interpretata dal percussionista cubano Ramon.

Spazio al medley composto da tre dei brani più amati delle loro carriere soliste, Capelli, Occhi da orientale e Il timido ubriaco.

Convincono pienamente  anche Cara Valentina e Il negozio d’antiquariato, quest’ultima cantata in coro dai 20.000 spettatori, che si prestano volentieri a supportare Silvestri nella celebrazione della romanità un po’ sboccata di Testardo.

Il finale del concerto è travolgente con le hit La favola di Adamo ed Eva, Lasciarsi un giorno a Roma e Salirò, tutte e tre accomunate da un beat pulsante che trasforma l’Ippodromo delle Capannelle in una gigantesca discoteca all’aperto.

Dopo due ore tiratissime, è tempo di una breve pausa, prima del generoso bis, con altri cinque brani, quasi un concerto nel concerto:Sornione, Una musica può fare, Gino e l’alfetta, Sotto casa e Cohiba, dove alcuni spettatori srotolano una bandiera cubana e fanno il pugno chiuso.

Dopo due ore e mezza di ottima musica si può essere più che soddisfatti, ma le luci ancora spente e il filmato di un pianeta rosso che si avvicina in modo minaccioso fanno intuire che la festa avrà ancora una gustosa appendice.

La chiusura è affidata, e non poteva essere diversamente, alla title track Il padrone della festa, un brano perfetto da suonare in acustico, con gli smartphone a simulare l’effetto accendino, il cui climax è la frase sibillina “perché il sasso su cui poggia il nostro culo è il padrone della festa”.

La canzone scandisce l’uscita, uno ad uno, dei cantautori e dei musicisti, sommersi dalle ovazioni del pubblico entusiasta.

E’ ormai mezzanotte e tre quarti, ma il gruppo al completo ritorna alla ribalta per l’ultimo grande, abbraccio collettivo, sulle note registrate di Alzo le mani cantata da buona parte del pubblico, che non mostra alcuna intenzione di guadagnare l’uscita, quasi a voler prolungare la magia della serata.

Cala il sipario, con numerosi occhi lucidi sia sopra che sotto al palco, sul fortunatissimo tour de Il padrone della festa, che ha regalato emozioni e divertimento a decine di migliaia di spettatori in tutta Italia, oltre che in alcuni club europei.

Ci auguriamo, vista l’oggettiva riuscita dell’operazione, che Fabi Silvestri e Gazzè, un po’ come fanno ormai da 46 anni Crosby Stills & Nash a cui sono stati più volte accostati, tornino ogni tanto a incrociare le loro chitarre e le loro voci. Speriamo che la festa continui.

 

urbanpost.it

Postepay Rock in Roma: Gazzè, Fabi e Silvestri, l’arrivederci del trio delle meraviglie

20 mila fan ieri al concerto Postepay Rock in Roma del trio Gazzè, Fabi e Silvestri. Cori, sorrisi e striscioni ad accogliere “i padroni della festa”, che da una grande amicizia hanno saputo cogliere melodie e una ricca esperienza musicale.

Non è un addio, è un arrivederci“, rassicura il trio composto da Max Gazzè,Niccolò Fabi e Daniele Silvestri. Parole che rincuorano i fan e tutti gli amanti del trio delle meraviglie che ieri ha dato, ancora una volta, il meglio di sè alle Capannelle di Roma. Avevano deciso di concludere il loro tour all’Arena di Verona ma come resistere al richiamo di Roma, la città eterna dalla quale tutto è iniziato? 20 mila fan ieri ad attenderli sotto il palco romano, che ospita il Postepay Rock in Roma.

Cori, sorrisi e striscioni ad accogliere “i padroni della festa“, che da una grande amicizia hanno saputo cogliere melodie e una ricca esperienza musicale. La loro unione è stata una delle sorprese più belle dell’ultimo anno, nonostante fosse chiaro fin dall’inizio che il tutto avrebbe presto avuto una fine. Peccato, perché il trio fa impazzire davvero tutti, giovani e ultra quarantenni. Si inizia con Life is Sweet, che dà lo “slancio per partire” al massimo durante la calda serata romana. E conL’amore non esiste si assiste a un cambio di atmosfera, più dolce e profonda grazie all’interpretazione di Daniele Silvestri.

Cara Valentina e Il negozio d’antiquariato sprigionano le voci della folla, che canta a squarciagola le melodie di Gazzè. Le hit sono senz’altro le più coinvolgenti:Lasciarsi un giorno a Roma, che riprende la tematica della serata e Salirò, un tuffo nel passato sanremese di Silvestri. A completare la serata e a chiuderla con la dovuta standing ovation è Il padrone della festa, che lascia l’amaro in bocca ai presenti, forse perché vorrebbero che tutto ciò non fosse un addio.

 

rainews.it

Fabi-Silvestri-Gazzè, l’ultimo show a Roma ma “non è un addio”

31 LUGLIO 2015 Non hanno resistito al richiamo di Roma, della loro Roma, dove tutto è iniziato. I tre menestrelli Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè sono tornati sul palco del Rock in Roma, insieme, per quella che è stata l’ultima tappa del loro speciale tour “Il Padrone della Festa”, nato come coronamento di una ventennale amicizia e scritto a sei mani dopo un viaggio umanitario in Sud Sudan. Un commiato che in realtà è stata una grande festa durata oltre due ore e mezza che si è conclusa con un interminabile e meritato applauso… Il servizio di Roberta Rizzo – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/fabi-gazze-silvestri-ultimo-show-a-Roma-ma-non-addio-a95e71a7-caec-471b-a3e7-045a3d82d1bf.html

 

it.blastingnews.com

Fabi Silvestri Gazzé: emozioni ed applausi a Rock in Roma 2015

Oltre 20.000 spettatori, tre ore di musica ed un lunghissimo applauso per l’ultima data del tour “Il padrone della festa”

Ieri sera,  all’Ippodromo delle Capannelle di Roma, si è tenuto il gran finale del tour che ha visto protagonisti Niccolò Fabi,Daniele Silvestri e Max Gazzè, una delle più belle sorprese musicali degli ultimi anni. Una serata piena di emozioni e tre ore di musica e parole che hanno allietato un pubblico eterogeneo, che ha deciso di festeggiare insieme ai tre cantautori romani l’ultima data di un percorso artistico decisamente sorprendente. Non è solo una conoscenza di lunga data a legare i tre cantanti: Niccolò, Max e Daniele, infatti, sono un ‘unicum’ perfetto in grado di donare emozioni e raccontare storie di vita come solo i veri artisti sono in grado di fare.

Come dichiarato dagli stessi cantautori, la data dell’Ippodromo delle Capannelle non era prevista. L’ultimo concerto, infatti, sarebbe dovuto essere quello del 22 maggio all’Arena di Verona. Il grande successo di pubblico ed una sintonia a dir poco ‘magica’, però, hanno spinto il trio a fare il bis. Data l’eccezionalità dell’evento, i tre cantautori hanno deciso di consentire anche a tutti coloro che hanno preso parte alla serata del 22 maggio all’Arena di Verona di assistere al concerto a Rock in Roma gratuitamente.

Quella di ieri sera è stata un’ultima data all’insegna della celebrazione. Una festa in piena regola, dunque. Come di consueto, Niccolò, Daniele e Max hanno deciso di aprire il concerto con ‘Alzo le mani’ ma, questa volta, hanno voluto omaggiare il loro pubblico proiettando vari fotogrammi dei momenti più significativi della loro avventura ‘a tre’. Lo spettacolo era, senza alcun dubbio, rodato, ma le emozioni sono state moltissime, quasi come se quella di ieri fosse stata la prima e non l’ultima data del tour. Poco prima dell’una di notte, i tre cantautori si sono congedati dal loro pubblico con la bellissima canzone ‘Il padrone della festa’, e sono stati virtualmente abbracciati da un lunghissimo e caloroso applauso. Ma vediamo come è nato ‘Il padrone della festa’ e, sopratutto, quando Niccolò, Daniele e Max hanno deciso di collaborare.

“Il padrone della festa”: la storia

Si conoscevano da sempre Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè ma, nonostante avessero più volte manifestato il desiderio reciproco di lavorare a un progetto comune, ognuno dei tre ha intrapreso il proprio percorso artistico. Il destino, però, ha giocato le sue carte, e la scintilla che ha dato il via al progetto ‘Il padrone della festa’ è stata la missione umanitaria in Sud Sudan, nella quale Niccolò ha coinvolto anche Daniele e Max. Quella del Sud Sudan è stata un’esperienza emozionante, che ha consentito ai tre di realizzare che era arrivato il momento di pensare ad un progetto al quale lavorare insieme.

Dall’esperienza del Sud Sudan è nato il pezzo ‘Life is sweet’ che, in poche settimane, ha riscosso moltissimi consensi. Sull’onda del successo, Niccolò, Max e Daniele sono poi partiti alla volta di un tour europeo, a seguito del quale è nato l’interessante docu-film ‘LocalEuropa – musica valida per l’espatrio’, in cui i tre artisti, oltre a raccontare il loro tour, hanno descritto in maniera egregia la realtà di tutti gli italiani che hanno deciso di lasciare la propria patria. Il tour, poi, è continuato in Italia, riscuotendo numerose dimostrazioni di stima ed affetto da parte del pubblico.

Progetti per il futuro

Nella speranza che quello di questa sera a Rock in Roma sia solo un arrivederci e che vi siano ancora numerose occasioni di vedere Niccolò, Daniele e Max esibirsi insieme, pare che i tre artisti abbiano espresso la volontà di tornare ognuno sulla propria strada. Di sicuro, la perfetta intesa tra l’eleganza d’animo di Niccolò Fabi, la razionalità di Daniele Silvestri e l’eccentricità di Max Gazzè, che ha consentito la nascita di un progetto tanto ambizioso quanto completo come ‘Il padrone della festa’, rimarrà uno dei progetti musicali più riusciti dell’attuale panorama musicale italiano.

 

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Fabi Silvestri Gazzè, arte e amicizia trionfano nella grande festa del Rock in Roma

Tre amici…un sogno. Così, intorno alle 22 di ieri 30 Luglio 2015, il maxischermo introduce i 3 artisti romani sul palco del Rock in Roma. Migliaia le persone accorse da tutta Italia per assistere all’ultima grande festa del riuscitissimo progetto Fabi Silvestri Gazzè.

L’atmosfera è delle migliori, un giro di boa di una calda estate romana. Nelle ore precedenti l’intera zona di Capannelle è stata letteralmente paralizzata dal fiume di gente che si avvicinava verso l’ippodromo. Si percepisce tutta la carica che accompagnerà lo spettacolo per circa 2 ore e mezza di musica. Fabi Silvestri Gazzè trasudano un contagioso entusiasmo ripercorrendo i loro più grandi successi senza tralasciare i brani frutto della loro collaborazione nell’album Il padrone della festa. Niente da invidiare ai tanti  nomi internazionali che si sono alternati nelle scorse settimane sul palco del Rock in Roma. “Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono” cantava Giorgio Gaber. Ebbene, Fabi Silvestri Gazzè rientrano a mani basse tra le cose per cui ci si sente fortunati di appartenere a questo paese. Tendiamo spesso a guardare con nostalgia al glorioso passato artistico nostrano, ma in questo caso il concerto di ieri sera è la netta dimostrazione che la grande arte è ancora qui, proprio in mezzo a noi e chi era presente non dimenticherà facilmente ciò che ha visto ed ascoltato. Tre chitarre, tre voci, tre amici. Silvestri ogni tanto lasciava la propria sei corde per muovere le sue mani sulla tastiera, così come faceva Fabi spostandosi per suonare le spazzole sulla batteria. Pubblico in estasi quando nell’aria riecheggiavano le note di grandi successi evergreen, da La favola di Adamo ed Eva a Costruire, passando per Cohiba. Fabi torna agli esordi con Capelli per poi giocare in casa riproponendo Lasciarsi un giorno a Roma. Delirio quando Silvestri interagisce col pubblico cantando Testardo e richiamando a gran forza il contributo dei romani presenti (chi conosce il brano comprende bene il motivo).

Gazzè, prima di far letteralmente scatenare il pubblico con il suo più recente successo Sotto casa, rappresenta appieno il giullare della serata. Non perde mai occasione di intrattenere i presenti con esilaranti gag per cui non sempre i suoi colleghi sono riusciti a trattenere le risate.

Fabi Silvestri Gazzè, il trionfo di un’amicizia che dura da più di 20 anni

Fabi Silvestri Gazzè trasmettono tutta la bellezza del rapporto che li lega da anni. Un’amicizia che è culminata in questo sodalizio artistico. Sembrano quel classico gruppo di ragazzi che ai tempi del liceo progettano la rivoluzione mentre strimpellano la propria chitarra intorno ad un falò in spiaggia. Poi si cresce, si creano famiglie e si affrontano anche momenti molto difficili. Ma l’amicizia, quella vera, è lì che ti supporta sempre ed è pienamente palpabile il sentimento quando ti trovi davanti a te la grande complicità che accompagna il trio Fabi Silvestri Gazzè. Il concerto di ieri sera rappresentava la ciliegina sulla torta di un progetto, un lungo viaggio musicale ed artistico che ha portato i tre artisti in giro per l’Italia arrivando anche a Verona per la grande serata dello scorso mese di Maggio. È davvero un peccato separarli, ma in fondo certe perle si apprezzano proprio quando mantengono la propria rarità. E quello che è avvenuto ieri sera è decisamente qualcosa di raro che riempie cuore, occhi e spirito.

Da sottolineare infine la bravura, nonché la simpatia dei musicisti che hanno accompagnato Fabi Silvestri Gazzè: Roberto Angelini alle chitarre elettriche e slide, Gianluca Misti alle tastiere, il polistrumentista Massimo De Domenico, Piero Monterisi alla batteria, il chitarrista Adriano Viterbini e l’acclamatissimo Josè Ramon Caraballo Arman alle percussioni e alla tromba.

Noi vi lasciamo con qualche immagine della serata, augurandoci/vi di poter assistere di nuovo ad un evento targato Fabi Silvestri Gazzè.

 

 

FONTE: http://www.noteverticali.it

La sincerità di un rapporto di collaborazione traspare ed è ancor più evidente quando, di base, ci sono stima e amicizia reciproche, sentimenti che fanno il paio con il rispetto e l’apprezzamento per la storia e il lavoro altrui. Questa affermazione è tanto più vera, secondo, noi, quanto più la collaborazione investe il campo dell’arte e dell’intrattenimento, dove sono arcinote le gelosie e le invidie che caratterizzano spesso i rapporti tra gli artisti in gioco. Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzé sono tra le poche eccezioni che confermano la regola, in quanto incarnano al meglio l’intesa artistica che è prima ancora un’intesa personale: il loro progetto, senz’altro una delle ‘cose’ più belle di questa stagione, stride fortemente con un’aridità di fondo che caratterizza troppo spesso il panorama artistico italiano, dove i duetti e le collaborazioni si contano davvero sulle dita di una mano, e, quando ci sono, magari sono sterile frutto di accordi commerciali che non hanno alcun senso dal punto di vista artistico.

“Il padrone della festa”, il primo disco di questo inedito supertrio, è composto da dodici tracce scritte a sei mani che consegnano al mercato discografico un progetto nato quasi per scherzo e poi consolidatosi sempre di più grazie a un viaggio in Sud Sudan, dove Silvestri e Gazzè sono stati coinvolti da Fabi per le iniziative dell’organizzazione non governativa Medici con l’Africa CUAMM. Il titolo dell’album è originale e strano al tempo stesso, ma rende bene il significato del progetto: quel “padrone” è il pianeta in cui viviamo, l’ambiente, la Madre Terra così ricca di contraddizioni che, se protetta e aiutata, porta ciascun abitante a condividerne le gioie e, quindi, a fare festa.

Dei dodici brani dell’album, due sono già stati resi noti nei mesi precedenti. Della prima, “Life is sweet”, uscita già come singolo nella scorsa primavera, si sa già tutto: è un inno alla vita, che porta in sé un invito a godere delle meraviglie che ciascuno può assaporare e far proprie di giorno in giorno. Musicalmente parlando, la canzone racchiude al meglio lo stile dei tre artisti. La strofa iniziale, cantata da Gazzé e da Fabi, ci sembra vestita dallo stile e dall’impronta del primo:

Disteso sul fianco passo il tempo, passo il tempo
fra intervalli di vento e terra rossa.
Cambiando cambiando prospettive
cerco di capire il verso giusto,
il giusto slancio per ripartire.

mentre il contributo quasi rappato di Silvestri arriva alla terza strofa, a riportare l’impianto narrativo su una componente quasi più realistica:

Ma tutti insieme siamo tanti, siamo distanti
siamo fragili macchine che non osano andare più avanti
siamo vicini ma completamente fermi
siamo famosi istanti divenuti eterni
E continuare per questi pochi chilometri sempre pieni di ostacoli
e baratri da oltrepassare sapendo già
che fra un attimo ci dovremo di nuovo fermare

Il refrain poi è affidato a tutte e tre le voci:

Da qui passeranno tutti o non passerà nessuno
Con le scarpe nelle mani, in fila ad uno ad uno
Da qui passeranno tutti fino a quando c’è qualcuno
perché l’ultimo che passa vale come il primo
Life is sweet!

Con “L’amore non esiste” si passa invece all’intimismo. La canzone, già uscita come singolo a fine agosto, si configura come un monologo a voce alta, dove ci si confronta tra un ‘io pessimista’, che vuole uccidere ogni speranza sui sentimenti:

L’amore non esiste è un cliché di situazioni
tra due che non son buoni ad annusarsi come bestie
finché il muro di parole che hanno eretto
resterà ancora fra loro a rovinare tutto
L’amore non esiste è l’effetto prorompente
di dottrine moraliste sulle voglie della gente
è il più comodo rimedio alla paura
di non essere capaci a rimanere soli

e un ‘io ottimista’, che invece vuole far valere la propria esperienza come perfetta eccezione:

Ma esistiamo io e te
e la nostra ribellione alla statistica
un abbraccio per proteggerci dal vento
l’illusione di competere col tempo
Io non ho la religiosa accettazione della fine
potessimo trovare altri sinonimi del bene
l’amore non esiste, esistiamo io e te

Testo (che bella l’immagine di una coppia come “ribellione alla statistica”…) e musica si integrano perfettamente in una sintesi che è poi il senso di una bella storia d’amore, fatta di dubbi e di certezze che spazzano i primi, nell’idea di essere ‘altro’ rispetto al resto.

Passando invece al disco, l’apertura è per “Alzo le mani”, una ballata delicata e intima che invita ad ‘arrendersi’ ai suoni di ogni giorno, dal rumore della pioggia nel pomeriggio, alle cicale che cantano in un campeggio, al telefono che ci preannuncia una voce amica, al silenzio che si respira nella neve.

Io non suonerò mai così.
Posso giocare, intrattenere,
far tornare il buonumore o lacrimare.
Ma non suonerò mai così.
Non è solo cosa diversa,
è una battaglia persa: alzo le mani.

E’ una lode laica alla quotidianità, e alla varietà delle emozioni che ci regala. E già ci fa capire che questo è un disco anomalo, almeno dal punto di vista commerciale. Non quindi un occhieggiare a suoni e refrain accattivanti per fare cassa, ma piuttosto un voler dare spazio a tematiche che ciascuno dei tre artisti, o che il nuovo artista che è loro sintesi, ha più a cuore.

Ecco perciò “Canzone di Anna”, brano cantato dal solo Fabi – che ne è anche l’autore – dedicato a una persona forse reale, forse immaginata. Una persona anonima (“Anna con il suo nome che in tanti hanno cantato già” richiama inevitabilmente “Anna come sono tante…” con cui Lucio Dalla iniziava la sua “Anna e Marco”) ma anche matura, sensibile e sola, che “si chiude in bagno quando a cena parlano di libertà” e che “domanda agli altri tutto quello che non sa”.  Il brano è una perfetta sintesi tra melodia e testo, con la presenza di Paolo Fresu, che con la sua tromba disegna un’intensa iperbole di note, malinconica e viva al tempo stesso. Dice Fabi in proposito: “Qui all’inizio volevo fare are You going with me di Pat Metheny…! Poi ho accelerato, ci ho messo un po’ di Joao Gilberto e un po’ di scuola romana delle origini con qualche accordo in piú… Poi Anna non a caso.. Anna come sono tante… nome usato e riusato cosí da non permettere che nessuna lo potesse sentire in esclusiva…chiaramente due o tre amiche mie le avevo in testa, magari lo sanno, magari glielo diranno… A un certo punto le parole finiscono arriva Paolo Fresu e la storia ricomincia… E mentre la musica sfuma tutto si fa in bianco e nero come la televisione degli anni sessanta”.

In “Arsenico”, invece, siamo alle prese con la canzone probabilmente più ostica del disco. La penna è quella di Gazzè, voce solista. Il brano parla di un abbandono, e la voce solista si accompagna ai fiati che ne segnano lo stile, grave e serioso:

Sai,
fossi il Dio del tempo
Io lo inchioderei
Proprio nel momento in cui tu
Vestita di tempesta
Non ti ho vista più

E’ la traccia più ostica anche perché è l’unica davvero ‘pessimista’: non vorremmo azzardarci a dire che sia addirittura fuori luogo nel contesto del disco, certamente per lei prevediamo una tiepida accoglienza nelle esecuzioni live.

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Con “Spigolo tondo” prende spazio invece Silvestri, e non solo perché esordisce nella strofa iniziale:

Una frase libera semi cromatica
cambia il colore del mondo
La visione comica di una piramide
rende lo spigolo tondo
L’espressione empirica di una catastrofe
non dura più di un momento
La visione comica di una tragedia
fa risparmiare del tempo

Il testo è fatto di immagini costruite ad arte, che rimandano a una visione in cui la realtà va esplorata a fondo per non cadere nella superficialità della prima impressione. Fabi e Gazzè entrano in scena più avanti, nel refrain. E cantano quanto la natura abbia leggi complesse, e sicuramente non angoli retti, e che basti fermarsi un momento per apprezzarne l’unicità e la meraviglia. Lo stile, come anticipavamo, è tutto ‘silvestriano’, e l’arrangiamento, che spazia al ‘sudamericaneggiante’, ricorda altri suoi brani del passato, primo fra tutti “Il mio nemico”.

Come mi pare” è forse la canzone musicalmente più orecchiabile della raccolta e, azzardiamo, probabilmente sarà il terzo singolo estratto dal disco. Il testo offre una visione contrapposta tra due parti, quasi come se fossero due facce di una stessa medaglia, e figlie della contraddizione che fa parte della vita di chiunque. Nella prima, si fissano un po’ di ‘paletti’ sulla volontà di fare qualcosa e l’invito ad essere preparati a farlo, per le conseguenze che ogni azione, inevitabilmente, comporta:

Chi vuole scrivere impari prima a leggere
chi vuole suonare prima deve imparare ad ascoltare
chi vuole ridere impari prima a piangere
chi vuol capire prima deve riuscire a domandare
chi vuole vincere impari prima a perdere
chi vuol tenere prima deve sapere cosa lasciare
chi vuole insistere impari prima a cedere
chi vuole amare prima deve imparare a rinunciare

mentre la seconda è una sorta di inno alla libertà assoluta:

io so inventare so improvvisare
senza regole né strutture
faccio come mi pare
come mi pare
so immaginare una storia intera senza solo una parola vera
faccio come mi pare
come mi pare

Giovanni sulla terra” è un’altra creatura la cui paternità è assegnata a Fabi. Come Anna, è ancora il ritratto di un uomo qualunque, anonimo, nascosto, uno tra tanti, ma vivo e ricco della propria dignità:

Giovanni ha un codice a barre tatuato sul braccio
E si domanda che prezzo avrà
Rimanere se stesso
Lo spinge la propria vita in salita per ore
E ha paura che il proprio sudore
Sia lo sforzo di un fesso
La cima appare sempre un po’ più in su
E il sole brucia chi sta fermo, di più

Un ‘working class hero’ dei nostri tempi, che paga puntualmente le tasse, esce di casa quando i figli dormono ancora, e al rientro, li trova nuovamente addormentati. Così Fabi a proposito del brano: “Nasce tutto da un compleanno e i suoi regali, da un dulcimer e un blue sky, da echi di Joni Mitchell e Bernardo Lanzetti, e da uomini che lottano ogni giorno per andare avanti sulla propria strada, perchè il sole brucia chi sta fermo…

In questo stesso filone rientra anche “Il Dio delle piccole cose”, splendida poesia laica cantata da Max Gazzè, che la cofirma con l’autore Gae Capitano, vincitore del Premio Lunezia 2012. Il titolo del brano è solo casualmente, forse, lo stesso di un romanzo della scrittrice Arundhati Roy che racconta un amore non convenzionale nell’India degli anni ’60. Qui l’atmosfera è delicata e rarefatta, e le immagini sono evocative e commoventi:

Il Dio delle piccole cose aspetta la fine del cammino
Con un sacco sgualcito dal tempo di un piccolo inchino
Chissà se ci ridà indietro le vite che abbiamo in sospeso
Io credo sia questo l’inferno e il paradiso.

L’avversario” è invece senz’altro un episodio più leggero, dove con un ritmo incalzante le voci di Fabi e Gazzè si sfidano ironicamente a colpi verbali, mentre Silvestri fa da speaker. I contendenti della sfida a cui fa riferimento il brano possono essere sportivi o politici, ma sono sicuramente mediatici, e riportano alla mente i tanti scontri che hanno pieno diritto di cittadinanza nella società di oggi:

Faccio spesso le tue veci
io le feci e tu lo sai
come due migliori amici
che non saremo mai  

NoteVerticali.it_FabiSilvestriGazze_Il padrone della festaTocca poi a “Zona Cesarini”, e qui l’intimismo si riappropria dell’ascolto. Silvestri sale in cattedra, e confeziona una canzone d’amore minimal, quasi una filastrocca, piacevole e simpatica:

solo all’ultimo, soltanto all’ultimo
provo a combattere e riesco a vincere
mi metto in salvo io in zona Cesarini
ma è perchè sei tu che mi perdoni
e niente di più

Conclusione per “Il padrone della festa”, la title track, un brano tutt’altro che leggero. Il testo parla di presente e futuro, e ha un esordio a dir poco spiazzante ma perfettamente condivisibile:

Voglio che le cariche importanti
dove si decide per il mondo
vengano assegnate solo a donne madri di figli.

Sarei così curioso di vedere
se all’interno delle loro decisioni
riuscirebbero a scordarsi il loro futuro

E’ forte l’attenzione per le azioni da fare oggi, nell’immediato, per salvare il pianeta:

”ambiente” non è solo un’atmosfera,
una rogna nelle mani di chi resta
e il sasso su cui poggia il nostro culo
è il padrone della festa.

E sta all’uomo decidere se continuare a “festeggiare” o se, invece, spegnere le luci e dire addio a se stesso e al mondo, un esito che pare inevitabile se si continua a nascondere la testa dinanzi ai problemi e a lasciare le proprie radici perse in aria.
L’invito è esteso a tutti, indistintamente, perché

ciò che ti riguarda mi riguarda,
come ciò che lo riguarda,
ti riguarda.

E allora, considerando che “siamo ammanettati tutti insieme alla stessa bomba”, l’unica strada da percorrere è questa:

Ora per ora per ora, un passo alla volta
uno per uno per uno fino alla svolta

In conclusione, “Il padrone della festa” non delude certamente le attese, tutt’altro. Si tratta di un album ricco di contenuti, che, senza indugiare nel sensazionalismo della particolarità rappresentata dall’unione di tre artisti, genera parole e suoni che lasciano più di una traccia, e che meritano senza dubbio ascolti successivi. Un esperimento sicuramente ben riuscito, capace di coagulare tre creatività vicine ma diverse, tre mondi che si toccano e che insieme riescono a trovare una sintesi più che accettabile. “Il Dio delle piccole cose”, “Giovanni sulla terra” e “Spigolo tondo” sono a nostro parere gli episodi migliori del disco, che offre a chi ascolta uno spaccato di vita e un invito da raccogliere, quello di aver cura degli altri ma anche dell’ambiente che ci circonda, che poi è il titolare di ogni nostro respiro. Il padrone della festa, appunto.

Dopo le presentazioni del disco nelle principali librerie Feltrinelli italiane, Fabi, Gazzè e Silvestri saranno in tour fino a dicembre, con date che toccheranno l’Europa ma anche il nostro paese: debutto il 26 settembre a Colonia, poi Berlino, Parigi, Londra, Bruxelles, Lussemburgo, Amsterdam, Valencia, Madrid e Barcellona, quindi Rimini, e poi via via altre città, tra cui Roma, Firenze, Napoli e Torino.

 

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Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/

 

C’è un rischio che incombe sull’intero sistema culturale italiano e sulla musica d’autore in particolare: non valutare ciò che sta accadendo negli eventi live del trio FabiSilvestriGazzè per ciò che realmente è: un sodalizio prezioso e una tournée epocale. Letteralmente epocale.

Dopo il disco di inediti Il padrone della festa, uscito lo scorso settembre, si susseguono i sold-out delle prime date – Pescara, le due date di Roma, Modena e chissà quanti a venire –, per un tour in cui questi arzilli quarantacinquenni ci stanno dimostrando che la canzone di qualità ha un seguito molto più ampio di quello che ci si aspetterebbe.

Ma andiamo con ordine. Il punto è questo: i tre fanno parte di quella che alcuni chiamano la terza generazione della canzone d’autore italiana, cioè quella che ha iniziato la carriera negli anni Novanta, che viene dopo i cantautori degli anni Sessanta e dei Settanta (non capisco mai perché si ometta sistematicamente la generazione nata artisticamente negli anni Ottanta, periodo a mio avviso d’avanguardia per il genere in esame, ma tant’è). L’idea diffusa in Italia però è che niente sarà mai come prima per la canzone d’autore, e che i cantautori del periodo aureo (De André,Guccini per capirci) erano maggiormente seguiti perché c’era nel pubblico più predisposizione all’ascolto, i gusti non erano imbarbariti dalla televisione, la stessa televisione non dettava legge coi talent.

Perciò, per quest’opinione vigente, il meglio è passato, è stato bello e non tornerà.
Proprio per questo, il tour dei tre cantautori romani è epocale: oltre quindicimila persone in pochi giorni, per canzoni che richiedono un ascolto differente rispetto a quelle di Emma Marrone – non è un giudizio di merito: sono proprio mestieri diversi –; allora non è vero che oggi c’è meno predisposizione all’ascolto e non è vero che i gusti sono imbarbariti.

L’album, bisogna dirlo subito, è composto da belle canzoni (alcune davvero molto belle, come Giovanni sulla terra, Il padrone della festa o Come mi pare), con ottimo gusto dell’arrangiamento, che vengono percepite immediatamente come “diverse”: non ti aggrediscono ruffianamente, non cercano empatia sdolcinata. Coerentemente con la poetica di Fabi, Silvestri e Gazzè, richiedono la giusta attenzione e promettono la ricompensa di un bene nascosto. Promettono e mantengono.

Al concerto si respira, ed è quasi palpabile, il coinvolgimentospeculare degli estimatori dei tre cantautori. Si ha la sensazione che le fortune per questo progetto stiano montando giorno dopo giorno, che l’entusiasmo stia crescendo a ogni data; che la gente incuriosita, ascoltando le canzoni del disco, rimanga piacevolmente colpita in maniera sistematica. La delicatezza e il buon gusto del disco fa rima con l’atmosfera del live e le vecchie canzoni dei tre confermano la sensazione di una poetica di qualità. Tutto è al proprio posto.

E allora vien da pensare che la canzone d’autore non se ne sia mai andata e che il pubblico, in fondo, sia molto meno indirizzabile di quello che ci vogliono far credere. Fabi non farà forse mai i numeri di Ligabue; Silvestri della Pausini; Gazzè di Vasco. Ma le canzoni arrivano, precise e puntuali per come devono arrivare. Aprono e chiudono i loro doppifondi, lavorano ai fianchi e descrivono in maniera esclusiva ciò ch’è nascosto. E ci chiedono di più di un ascolto superficiale per un’emozione da fan epidermica e scontata. Ci chiedono, in definitiva, di essere vivi.

Fabi, Silvestri, Gazzè: Il padrone della festa

26 – SETTEMBRE – 2014

Ascoltate questo album. Ma ascoltatelo davvero. Fate come faceva la gente un tempo: prendeva un disco, uno di quei magnifici vecchi padelloni di vinile nero, lo metteva sul piatto del giradischi, prendeva una sedie abilmente sistemata in maniera equidistante dalle casse dello stereo e stava lì, seduto, per quei trenta quaranta minuti che l’ascolto del disco richiedeva. Ascoltate questo album, non lasciatelo scorrere tra le vostre orecchie come se fosse un album qualsiasi. Perché non lo è. Ve ne accorgerete, canzone dopo canzone, melodia dopo melodia. E non perché è il frutto del lavoro di tre grandi artisti che mettono insieme la loro profonda amicizia, non perché è il risultato della nascita di un “supergruppo” ideato da tre star della musica italiana, non perché la loro unione fa notizia, sensazione. No. Questo album è fatto di grandi e belle canzoni, di melodie da non dimenticare, di parole da portare dentro al cuore, di armonie che ascolto dopo ascolto fanno piazza pulita di tanti, troppi equivoci, di tanta, troppa noia, di tante, troppe ovvietà.

Non c’è altro che la musica e le canzoni, non c’è altro che la voglia di parlare, comunicare, cantare, suonare, mettersi in giorno. Non c’è l’ansia del successo, non c’è la competizione tra i tre per mettersi in mostra agli occhi del pubblico o fra loro stessi. C’è la musica e ci sono le canzoni. Canzoni che prendono corpo pian piano, tra le pieghe di una voce e quelle di un’altra, senza mai negare una singola personalità, senza mai dimenticare l’amalgama, opera magnificamente collettiva in un mondo in cui l’individualismo è la regola. Ci sono la musica e le canzoni, che non sono cose da buttar via, da usare e gettare in un angolo come un fazzolettino di carta, ma tasselli importanti della nostra vita, specchi e fotografie, ritratti e istantanee, nei quali ognuno di noi più guardare e guardarsi, riconoscere e riconoscersi, come solo con le grandi canzoni si può e si deve fare. Ci sono la musica e le canzoni in un Italia, quella del 2014, che sembra non volere più guardarsi attorno, che non sembra avere speranze e sogni, canzoni e musica delle quali abbiamo bisogno, delle quali non possiamo fare a meno. Divertimento, passione, sentimento, dolore, allegria, ironia, forza, creatività: ogni brano è frutto dei desideri e dei sogni di ognuno dei tre, in ogni canzone è possibile riconoscere il mondo dei singoli autori e al tempo stesso vedere la tessitura più grande, lo scenario completo, quello in cui tutto s’intreccia, diventa diverso, più grande, più ricco, più completo, più bello. Niccolò Fabi, Max Gazzè e Daniele Silvestri hanno, forse incautamente, pensato che valesse la pena mettersi in gioco, confrontarsi, unirsi, legarsi, magari solo per un po’, solo per vedere dove si può arrivare insieme. E non c’è dubbio che siano riusciti a creare qualcosa che, se ascoltata con l’attenzione che merita, potrebbe, come fanno le opere d’arte importanti, rendere la nostra vita migliore. Anche se solo per qualche minuto.

via Media-Trek.

Venerdì di Repubblica

L’album della settimana

Nel nuovo cd “Quindi?” pochi brani surreali e, invece, tanti riferimenti ai sentimenti e all’oggi

Gazzé e la metafisica dell’amore che alla fine è sempre tenerezza

Da quando ha iniziato, nel ’96, di domande Max Gazzé se ne è fatte molte, sviluppando le possibili risposte nella sua musica. Oggi che potrebbe crogiolarsi nell’idea d’essere un originale autore pop (ma non lo farà mai, anche se questo è il settimo disco), non smette tuttavia di farsi domande.
Il titolo del cd è inteso sia come l’invito a proseguire che a concludere un discorso. E quindi? Quindi qui ci sono cose meno surreali rispetto a quanto ci aveva abituati, se escludiamo l’elettronica sottile di Storie crudeli (che ricorda le recenti produzioni Battiato-Sgalambro e si chiede perché spaventare i bambini con racconti drammatici)e il prog funk di Nuovi allineamenti di Stonehenge, che sembra scritta 25 anni fa e spiega strane teorie geofisiche. Forse perché dopo tanto tempo Gazzé ha messo da parte qualche sogno per parlare di più dell’oggi: non è male, perché se gli episodi di Quindi? sono meno facili di altri suoi lavori (dimenticatevi pezzi superpop come Il solito sesso), necessitano di più lavoro per essere scoperti. Il resto dei brani è più contemplativo, con la tipica varietà di stili di Gazzé, e raccontano della vita con cui ognuno ha a che fare quando la mente vaga: l’amore in tutte le sue facce, l’incapacità di scegliere e un interessante pensiero sulla “metafisica della composizione che astrae l’artista dalla sua sposa”. Anche se poi si torna sempre lì, all’amore protettivo di Mentre dormi, colonna sonora di Basilicata Coast to Coast, il film di Rocco Papaleo, dove Gazzé ha una piccola parte.

voto: *****

«Ultimamente sono un po’ fuori dalle cose: ascolto poca musica, vivo in campagna, faccio il giardiniere. Raccolgo e coltivo albicocche». Per un attimo ci credo davvero, Max se ne accorge e aggiunge ridendo: «Non è vero, vivo a Roma, ma fuori dalle cose lo sono davvero».
Una nuova etichetta discografica, l’inizio della carriera di attore, la fine di un matrimonio. Il 2010 è un anno di cambiamenti per Max Gazzè, artista ancora considerato alternativo pur avendo partecipato a tre Festival di Sanremo.

Il nuovo album Quindi?, uscito ai primi di maggio, è fin dal titolo uno specchio fedele della rivoluzione in corso nella sua carriera: un disco diretto, raffinato, in cui le canzoni si legano l’una all’altra in maniera naturale, sfuggendo i cerebralismi che avevano caratterizzato la sua produzione precedente. «Non posso fare delle cover di me stesso – precisa Gazzè – Nel nuovo disco ho cercato un approccio compositivo diverso, sforzandomi di trovare nuovi modi di scrivere».

Con un linguaggio più maturo, il nuovo album ci racconta di un Gazzè diverso. Come spiega lo stesso cantante: «Non ho cercato il prodotto di tendenza: meno artificioso, meno ermetico, più artistico, nel disco ho voluto descrivere sensazioni in maniera più diretta».
Una fase nuova della sua produzione in cui, però, il cambio di casa discografica non c’entra: «Il cambio di etichetta non ha influito: pubblicare un disco è un punto di partenza, ma per potersi emozionare è necessaria alla base un’idea artistica».

Quindi? nasce da una scrittura musicale organica, che diventa la base per la stesura di testi complessi: nonostante alcuni brani, su tutti Stonehenge, nascano da giri di basso («degni di Marcus Miller», chiosa Gazzè), l’istinto del bassista si smorza per affrontare la composizione nell’insieme, fornendo il supporto musicale per la collaborazione con Gianni Gimmy Santucci, autore dei versi.
Ricorda Gazzè: «I temi musicali sono miei, ma gli argomenti sono discussi assieme a Gimmy: ne parliamo tutto il pomeriggio, poi lui il giorno dopo torna con uno scritto che sintetizza il nostro incontro. Mi intriga lavorare sulla parte letteraria, per focalizzare sull’alchimia con la musica, per aumentarne la creatività. La scrittura dei testi mi permette di indentificare colori diversi nei vari brani: le parole sottolineano alcuni passaggi e, nella loro ironia, pochi versi riescono a condensare significati complessi, con infiniti rimandi. Basti pensare che l’Università di Leida, in Olanda, li ha studiati nelle loro diverse sfaccettaure. Non ne ha parlato nessuno».

Fra i testi più dibattuti dell’album, quello di Storie crudeli, un pezzo sulla cattiveria delle favole, dove il mondo fantastico e disturbato narrato dai fratelli Grimm ha come corrispondente moderno i Teletubbies: mentre le storie popolari, pur nella loro impressionante crudeltà, raccontavano la morale di una società violenta, i pupazzi televisivi di oggi, afferma Gazzè «insegnano solo ai bambini a essere dei robot. Cenerentola ed Hänsel e Gretel creano dei mostri, ma hanno a volte anche un involontario sfondo ironico: pensiamo a Biancaneve e al suo rapporto equivoco coi sette nani, sul quale è meglio rimanere nell’ambito del gossip. Ma i Teletubbies no: fanno parte di un programma della Bbc finalizzato alla creazione di automi. E noi non ne abbiamo bisogno».

Al di là dell’impronta (dis)educativa, la tv riveste comunque un ruolo di primo piano nel mercato discografico, dalla promozione dei dischi fino alla creazione dei nuovi cantanti-prodotto, sfornati a ciclo continuo dai talent-show e pronti a essere sostituiti di anno in anno dal modello più recente.
Un sistema quasi industriale che, comunque, non impensierisce Gazzè: «Amici e X-Factor sono solo una moda: cambieranno nel corso degli anni, ma questi programmi non sono un problema per la musica, sono più un problema per i ragazzi che li fanno. Alcuni hanno valore, ma quando collochi una persona sulla cresta dell’onda devi essere sicuro che sia in grado di nuotare. Questi ragazzi vengono bruciati dai meccanismi: mi auguro riescano a trovare strade diverse per far maturare il loro talento».

Se la tv viene vista come una scorciatoia per il successo, magari effimero, i giovani talenti si scontrano con un settore in piena crisi dove, come ricorda Gazzè, «c’è un po’ di malcontento: come nel resto del mondo mancano i soldi per i live e per i dischi». Un mondo in cui le vie tradizionali non funzionano più: «A fine concerto tanti ragazzi mi lasciano i loro cd: più sono interessanti più mi spiace, perché il mondo discografico è pieno di barriere. Lo è per chi è già affermato, figuriamoci per chi deve affermarsi o iniziare una carriera. È un momento decadente, ma la crisi non è colpa di internet. La rete è un mezzo in evoluzione, del quale ci manca la consapevolezza. Bene sarebbe sederci a un tavolo e usare la nostra creatività per trovare soluzioni nuove, idee diverse che vadano oltre la tradizionale produzione di un album».

Tra i nuovi progetti intrapresi quest’anno, spicca la partecipazione di Max Gazzè a Basilicata coast to coast, il film di Rocco Papaleo in cui il cantante, a fianco di Giovanna Mezzogiorno, interpreta il ruolo di un musicista muto. La storia racconta di un gruppo di artisti che tentano di raggiungere a piedi il luogo lontano dove dovranno esibirsi. Un on the road attraverso la Basilicata che diventa un viaggio introspettivo, quasi un pellegrinaggio con parecchia autobiografia. Per il Gazzè musicista, a inizio carriera professionista in giro per l’Europa, questa è «una situazione nella quale mi riconosco, anche se nel personaggio non so quanto c’è di mio. Ma il viaggiare, il raggiungere obiettivi e, soprattutto, dare la vita per raggiungere il concerto sono certamente parte di me».

Fonte: Mente Locale