Category: Recensione


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( foto di Simone Cecchetti https://www.facebook.com/simone.cecchettibis )

Panorama.it

“Quello che vogliamo trasmettere con questo progetto è la potenza del collettivo sul singolo, l’importanza di mettersi insieme”, ha spiegato Niccolò Fabi il giorno della presentazione dell’album Il padrone della festa, realizzato a sei mani con gli amici-colleghi di sempre Daniele Silvestri e Max Gazzè, con i quali ha diviso tante volte il piccolo palco de Il Locale di Roma.

E’ innegabile che il loro progetto discografico prima, e poi il tour insieme siano stati due delle più belle sorprese musicali dell’ultimo anno.

Ieri sera una spettacolare luna piena ha accompagnato a Rock in Roma l’ultimo concerto congiunto dei tre artisti, almeno per un po’ di tempo. D’altra parte era stato messo in chiaro fin dall’inizio chela loro sarebbe stata una collaborazione limitata nel tempo, prima di tornare ciascuno alla sua carriera solista, arricchita da un bagaglio d’esperienze di inestimabile valore umano e artistico.

Non c’era, però, nessuna nostalgia tra i 20.000 spettatori che sono accorsi ieri sera a Rock in Roma, ospitato all’Ippodromo delle Capannelle, per abbracciare l’ultima volta i propri beniamini. Colpiva immediatamente l’eterogeneità del pubblico, composto da ragazzi dai venti ai cinquant’anni, in alcuni casi anche con prole a seguito, tra fan della prima ora e nuovi “adepti” conquistati da Il padrone della festa.

In effetti, più che un concerto, è stata una vera e propria festa, che ha preso il via alle 22 per concludersi quasi tre ore dopo con un interminabile e meritato applauso.

Un battito cardiaco, accompagnato dalle immagini in bianco e nero dei momenti più belli del tour,  scandisce l’ingresso dei tre cantautori romani, che aprono le danze con i ritmi in levare di Alzo le mani.

“Come saprete in molti questa è l’ultima data -sottolineano i tre- dovevamo finire il tour ancora prima, ma non potevamo non chiuderlo nella città dove tutto è iniziato”.

I ritmi salgono con Life is sweet, che dal vivo ha un tiro ancora maggiore che nell’album, salutata da un cartello di una fan con la scritta “Con voi Life is sweet”.

Atmosfere più morbide caratterizzano Sirio di Max Gazzè, brano forse ispirato al successo di Alan Parsons. “Sono contento di aver suonato questa canzone- spiega Fabi- è una delle prime che Max suonava al Locale. Ci sembrava perfetta per mostrarvi la bellezza della libertà che ci siamo concessi“.

Una buona idea, cantata a due voci insieme a Gazzè, acquista via via ritmo e bassi, con il refrain che viene cantato in coro dal pubblico di Capannelle.

“Già ai tempi del locale avevo cercato di mostrare che si poteva scrivere una canzone su qualsiasi minchiata”, afferma Silvestri per introdurre il suo godibile Il flamenco della doccia, accompagnato dai battiti di mani da improvvisati ballerini spagnoli e dai cori in francese maccheronico dei suoi divertiti compagni di viaggio.

Verso la fine del brano fa il suo ingresso, battendo le mani a mo’ di ballerini di flamenco, la superband che li ha accompagnati in questi mesi di tour, “i nostri migliori amici che sono anche i nostri migliori musicisti”, come afferma Gazzè: Roberto Angelini alla chitarra elettrica e slide, Max Dedo  ai fiati, Gianluca Misiti alle tastiere, Piero Monterisi alla batteria, Josè Ramon Caraballo Armas alle percussioni e tromba e Adriano Viterbini alle chitarre.

Regala grandi emozioni L’amore non esiste, basata su un gioco di rimando tra gli opposti, con Silvestri e Gazzè che premono volutamente l’acceleratore sul cinismo, mentre a Fabi è affidato il ruolo del cantante romantico, esemplificato dalla frase “l’amore non esiste, esistiamo io e te”. Bella la coda  strumentale, con un imponente finale in crescendo alla Beatles e il coro “pa pa pa” che sembra pensato apposta per le grandi platee.

“Già partono le prime stecche”, si scusa sornione Gazzè. “Sono scelte alternative alla nota giusta -replica divertito Fabi- poi tu hai sempre fatto come cazzo ti pareva”. Un assist per la successiva Come mi pare, il cui testo offre diversi spunti di riflessione: “Chi vuole scrivere impari a leggere, chi vuole suonare prima deve imparare ad ascoltare, chi vuole ridere impari a piangere, chi vuole capire prima deve riuscire a domandare”.

“Come va?-chiede Gazzè- Fa caldo? Oggi non sapevo come vestirmi, mi sono portato dietro l’armatura saracena,  ma poi non me la sono messa”.

E’ il momento, per ciascuno, di interpretare una canzone del suo ricco repertorio: Ma che discorsi di Silvestri, E’ non è di Fabi e Il solito sesso di Gazzè, quest’ultima accolta da un vero e proprio boato.

Lo show è rodato nei minimi particolari e non ha mai una caduta di tensione, con i tre artisti che si divertono a spalleggiarsi e a fare da coristi l’uno all’altro, mentre la band macina virtuosismi chitarristici, solida ritmica e fiati ricchi di pathos.

Vento d’estate, ormai un classico della bella stagione, non mostra i suoi quasi vent’anni, ma risulta ancora fresco come una brezza marina.

Silvestri è coinvolgente e autorevole nell’ invettiva politica de Il mio nemico, mentre atmosfere decisamente più spensierate caratterizzano L’avversario, uno dei momenti più divertenti e coreografici del concerto,  dove Max Gazzè e Niccolò Fabi fanno il loro ingresso con la vestaglia da pugili impreziosite dalle scritte Max e Nicc, per affrontarsi a colpi di canzoni del loro repertorio, arbitrati da Daniele Silvestri, che a sua volta accenna Le cose che abbiamo in comune.

Fabi canta Mentre dormi di Gazzè e incanta in Costruire, uno dei suoi brani più emozionanti, al termine del quale viene abbracciato con trasporto da Silvestri. E’ il momento della sua latineggianteAutostrada, scandita dal suo personale fraseggio quasi rappato, che si trasforma nel finale in Corazon espinado di Santana, interpretata dal percussionista cubano Ramon.

Spazio al medley composto da tre dei brani più amati delle loro carriere soliste, Capelli, Occhi da orientale e Il timido ubriaco.

Convincono pienamente  anche Cara Valentina e Il negozio d’antiquariato, quest’ultima cantata in coro dai 20.000 spettatori, che si prestano volentieri a supportare Silvestri nella celebrazione della romanità un po’ sboccata di Testardo.

Il finale del concerto è travolgente con le hit La favola di Adamo ed Eva, Lasciarsi un giorno a Roma e Salirò, tutte e tre accomunate da un beat pulsante che trasforma l’Ippodromo delle Capannelle in una gigantesca discoteca all’aperto.

Dopo due ore tiratissime, è tempo di una breve pausa, prima del generoso bis, con altri cinque brani, quasi un concerto nel concerto:Sornione, Una musica può fare, Gino e l’alfetta, Sotto casa e Cohiba, dove alcuni spettatori srotolano una bandiera cubana e fanno il pugno chiuso.

Dopo due ore e mezza di ottima musica si può essere più che soddisfatti, ma le luci ancora spente e il filmato di un pianeta rosso che si avvicina in modo minaccioso fanno intuire che la festa avrà ancora una gustosa appendice.

La chiusura è affidata, e non poteva essere diversamente, alla title track Il padrone della festa, un brano perfetto da suonare in acustico, con gli smartphone a simulare l’effetto accendino, il cui climax è la frase sibillina “perché il sasso su cui poggia il nostro culo è il padrone della festa”.

La canzone scandisce l’uscita, uno ad uno, dei cantautori e dei musicisti, sommersi dalle ovazioni del pubblico entusiasta.

E’ ormai mezzanotte e tre quarti, ma il gruppo al completo ritorna alla ribalta per l’ultimo grande, abbraccio collettivo, sulle note registrate di Alzo le mani cantata da buona parte del pubblico, che non mostra alcuna intenzione di guadagnare l’uscita, quasi a voler prolungare la magia della serata.

Cala il sipario, con numerosi occhi lucidi sia sopra che sotto al palco, sul fortunatissimo tour de Il padrone della festa, che ha regalato emozioni e divertimento a decine di migliaia di spettatori in tutta Italia, oltre che in alcuni club europei.

Ci auguriamo, vista l’oggettiva riuscita dell’operazione, che Fabi Silvestri e Gazzè, un po’ come fanno ormai da 46 anni Crosby Stills & Nash a cui sono stati più volte accostati, tornino ogni tanto a incrociare le loro chitarre e le loro voci. Speriamo che la festa continui.

 

urbanpost.it

Postepay Rock in Roma: Gazzè, Fabi e Silvestri, l’arrivederci del trio delle meraviglie

20 mila fan ieri al concerto Postepay Rock in Roma del trio Gazzè, Fabi e Silvestri. Cori, sorrisi e striscioni ad accogliere “i padroni della festa”, che da una grande amicizia hanno saputo cogliere melodie e una ricca esperienza musicale.

Non è un addio, è un arrivederci“, rassicura il trio composto da Max Gazzè,Niccolò Fabi e Daniele Silvestri. Parole che rincuorano i fan e tutti gli amanti del trio delle meraviglie che ieri ha dato, ancora una volta, il meglio di sè alle Capannelle di Roma. Avevano deciso di concludere il loro tour all’Arena di Verona ma come resistere al richiamo di Roma, la città eterna dalla quale tutto è iniziato? 20 mila fan ieri ad attenderli sotto il palco romano, che ospita il Postepay Rock in Roma.

Cori, sorrisi e striscioni ad accogliere “i padroni della festa“, che da una grande amicizia hanno saputo cogliere melodie e una ricca esperienza musicale. La loro unione è stata una delle sorprese più belle dell’ultimo anno, nonostante fosse chiaro fin dall’inizio che il tutto avrebbe presto avuto una fine. Peccato, perché il trio fa impazzire davvero tutti, giovani e ultra quarantenni. Si inizia con Life is Sweet, che dà lo “slancio per partire” al massimo durante la calda serata romana. E conL’amore non esiste si assiste a un cambio di atmosfera, più dolce e profonda grazie all’interpretazione di Daniele Silvestri.

Cara Valentina e Il negozio d’antiquariato sprigionano le voci della folla, che canta a squarciagola le melodie di Gazzè. Le hit sono senz’altro le più coinvolgenti:Lasciarsi un giorno a Roma, che riprende la tematica della serata e Salirò, un tuffo nel passato sanremese di Silvestri. A completare la serata e a chiuderla con la dovuta standing ovation è Il padrone della festa, che lascia l’amaro in bocca ai presenti, forse perché vorrebbero che tutto ciò non fosse un addio.

 

rainews.it

Fabi-Silvestri-Gazzè, l’ultimo show a Roma ma “non è un addio”

31 LUGLIO 2015 Non hanno resistito al richiamo di Roma, della loro Roma, dove tutto è iniziato. I tre menestrelli Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè sono tornati sul palco del Rock in Roma, insieme, per quella che è stata l’ultima tappa del loro speciale tour “Il Padrone della Festa”, nato come coronamento di una ventennale amicizia e scritto a sei mani dopo un viaggio umanitario in Sud Sudan. Un commiato che in realtà è stata una grande festa durata oltre due ore e mezza che si è conclusa con un interminabile e meritato applauso… Il servizio di Roberta Rizzo – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/fabi-gazze-silvestri-ultimo-show-a-Roma-ma-non-addio-a95e71a7-caec-471b-a3e7-045a3d82d1bf.html

 

it.blastingnews.com

Fabi Silvestri Gazzé: emozioni ed applausi a Rock in Roma 2015

Oltre 20.000 spettatori, tre ore di musica ed un lunghissimo applauso per l’ultima data del tour “Il padrone della festa”

Ieri sera,  all’Ippodromo delle Capannelle di Roma, si è tenuto il gran finale del tour che ha visto protagonisti Niccolò Fabi,Daniele Silvestri e Max Gazzè, una delle più belle sorprese musicali degli ultimi anni. Una serata piena di emozioni e tre ore di musica e parole che hanno allietato un pubblico eterogeneo, che ha deciso di festeggiare insieme ai tre cantautori romani l’ultima data di un percorso artistico decisamente sorprendente. Non è solo una conoscenza di lunga data a legare i tre cantanti: Niccolò, Max e Daniele, infatti, sono un ‘unicum’ perfetto in grado di donare emozioni e raccontare storie di vita come solo i veri artisti sono in grado di fare.

Come dichiarato dagli stessi cantautori, la data dell’Ippodromo delle Capannelle non era prevista. L’ultimo concerto, infatti, sarebbe dovuto essere quello del 22 maggio all’Arena di Verona. Il grande successo di pubblico ed una sintonia a dir poco ‘magica’, però, hanno spinto il trio a fare il bis. Data l’eccezionalità dell’evento, i tre cantautori hanno deciso di consentire anche a tutti coloro che hanno preso parte alla serata del 22 maggio all’Arena di Verona di assistere al concerto a Rock in Roma gratuitamente.

Quella di ieri sera è stata un’ultima data all’insegna della celebrazione. Una festa in piena regola, dunque. Come di consueto, Niccolò, Daniele e Max hanno deciso di aprire il concerto con ‘Alzo le mani’ ma, questa volta, hanno voluto omaggiare il loro pubblico proiettando vari fotogrammi dei momenti più significativi della loro avventura ‘a tre’. Lo spettacolo era, senza alcun dubbio, rodato, ma le emozioni sono state moltissime, quasi come se quella di ieri fosse stata la prima e non l’ultima data del tour. Poco prima dell’una di notte, i tre cantautori si sono congedati dal loro pubblico con la bellissima canzone ‘Il padrone della festa’, e sono stati virtualmente abbracciati da un lunghissimo e caloroso applauso. Ma vediamo come è nato ‘Il padrone della festa’ e, sopratutto, quando Niccolò, Daniele e Max hanno deciso di collaborare.

“Il padrone della festa”: la storia

Si conoscevano da sempre Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè ma, nonostante avessero più volte manifestato il desiderio reciproco di lavorare a un progetto comune, ognuno dei tre ha intrapreso il proprio percorso artistico. Il destino, però, ha giocato le sue carte, e la scintilla che ha dato il via al progetto ‘Il padrone della festa’ è stata la missione umanitaria in Sud Sudan, nella quale Niccolò ha coinvolto anche Daniele e Max. Quella del Sud Sudan è stata un’esperienza emozionante, che ha consentito ai tre di realizzare che era arrivato il momento di pensare ad un progetto al quale lavorare insieme.

Dall’esperienza del Sud Sudan è nato il pezzo ‘Life is sweet’ che, in poche settimane, ha riscosso moltissimi consensi. Sull’onda del successo, Niccolò, Max e Daniele sono poi partiti alla volta di un tour europeo, a seguito del quale è nato l’interessante docu-film ‘LocalEuropa – musica valida per l’espatrio’, in cui i tre artisti, oltre a raccontare il loro tour, hanno descritto in maniera egregia la realtà di tutti gli italiani che hanno deciso di lasciare la propria patria. Il tour, poi, è continuato in Italia, riscuotendo numerose dimostrazioni di stima ed affetto da parte del pubblico.

Progetti per il futuro

Nella speranza che quello di questa sera a Rock in Roma sia solo un arrivederci e che vi siano ancora numerose occasioni di vedere Niccolò, Daniele e Max esibirsi insieme, pare che i tre artisti abbiano espresso la volontà di tornare ognuno sulla propria strada. Di sicuro, la perfetta intesa tra l’eleganza d’animo di Niccolò Fabi, la razionalità di Daniele Silvestri e l’eccentricità di Max Gazzè, che ha consentito la nascita di un progetto tanto ambizioso quanto completo come ‘Il padrone della festa’, rimarrà uno dei progetti musicali più riusciti dell’attuale panorama musicale italiano.

 

correttainformazione.it

Fabi Silvestri Gazzè, arte e amicizia trionfano nella grande festa del Rock in Roma

Tre amici…un sogno. Così, intorno alle 22 di ieri 30 Luglio 2015, il maxischermo introduce i 3 artisti romani sul palco del Rock in Roma. Migliaia le persone accorse da tutta Italia per assistere all’ultima grande festa del riuscitissimo progetto Fabi Silvestri Gazzè.

L’atmosfera è delle migliori, un giro di boa di una calda estate romana. Nelle ore precedenti l’intera zona di Capannelle è stata letteralmente paralizzata dal fiume di gente che si avvicinava verso l’ippodromo. Si percepisce tutta la carica che accompagnerà lo spettacolo per circa 2 ore e mezza di musica. Fabi Silvestri Gazzè trasudano un contagioso entusiasmo ripercorrendo i loro più grandi successi senza tralasciare i brani frutto della loro collaborazione nell’album Il padrone della festa. Niente da invidiare ai tanti  nomi internazionali che si sono alternati nelle scorse settimane sul palco del Rock in Roma. “Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono” cantava Giorgio Gaber. Ebbene, Fabi Silvestri Gazzè rientrano a mani basse tra le cose per cui ci si sente fortunati di appartenere a questo paese. Tendiamo spesso a guardare con nostalgia al glorioso passato artistico nostrano, ma in questo caso il concerto di ieri sera è la netta dimostrazione che la grande arte è ancora qui, proprio in mezzo a noi e chi era presente non dimenticherà facilmente ciò che ha visto ed ascoltato. Tre chitarre, tre voci, tre amici. Silvestri ogni tanto lasciava la propria sei corde per muovere le sue mani sulla tastiera, così come faceva Fabi spostandosi per suonare le spazzole sulla batteria. Pubblico in estasi quando nell’aria riecheggiavano le note di grandi successi evergreen, da La favola di Adamo ed Eva a Costruire, passando per Cohiba. Fabi torna agli esordi con Capelli per poi giocare in casa riproponendo Lasciarsi un giorno a Roma. Delirio quando Silvestri interagisce col pubblico cantando Testardo e richiamando a gran forza il contributo dei romani presenti (chi conosce il brano comprende bene il motivo).

Gazzè, prima di far letteralmente scatenare il pubblico con il suo più recente successo Sotto casa, rappresenta appieno il giullare della serata. Non perde mai occasione di intrattenere i presenti con esilaranti gag per cui non sempre i suoi colleghi sono riusciti a trattenere le risate.

Fabi Silvestri Gazzè, il trionfo di un’amicizia che dura da più di 20 anni

Fabi Silvestri Gazzè trasmettono tutta la bellezza del rapporto che li lega da anni. Un’amicizia che è culminata in questo sodalizio artistico. Sembrano quel classico gruppo di ragazzi che ai tempi del liceo progettano la rivoluzione mentre strimpellano la propria chitarra intorno ad un falò in spiaggia. Poi si cresce, si creano famiglie e si affrontano anche momenti molto difficili. Ma l’amicizia, quella vera, è lì che ti supporta sempre ed è pienamente palpabile il sentimento quando ti trovi davanti a te la grande complicità che accompagna il trio Fabi Silvestri Gazzè. Il concerto di ieri sera rappresentava la ciliegina sulla torta di un progetto, un lungo viaggio musicale ed artistico che ha portato i tre artisti in giro per l’Italia arrivando anche a Verona per la grande serata dello scorso mese di Maggio. È davvero un peccato separarli, ma in fondo certe perle si apprezzano proprio quando mantengono la propria rarità. E quello che è avvenuto ieri sera è decisamente qualcosa di raro che riempie cuore, occhi e spirito.

Da sottolineare infine la bravura, nonché la simpatia dei musicisti che hanno accompagnato Fabi Silvestri Gazzè: Roberto Angelini alle chitarre elettriche e slide, Gianluca Misti alle tastiere, il polistrumentista Massimo De Domenico, Piero Monterisi alla batteria, il chitarrista Adriano Viterbini e l’acclamatissimo Josè Ramon Caraballo Arman alle percussioni e alla tromba.

Noi vi lasciamo con qualche immagine della serata, augurandoci/vi di poter assistere di nuovo ad un evento targato Fabi Silvestri Gazzè.

 

 

FONTE: http://www.noteverticali.it

La sincerità di un rapporto di collaborazione traspare ed è ancor più evidente quando, di base, ci sono stima e amicizia reciproche, sentimenti che fanno il paio con il rispetto e l’apprezzamento per la storia e il lavoro altrui. Questa affermazione è tanto più vera, secondo, noi, quanto più la collaborazione investe il campo dell’arte e dell’intrattenimento, dove sono arcinote le gelosie e le invidie che caratterizzano spesso i rapporti tra gli artisti in gioco. Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzé sono tra le poche eccezioni che confermano la regola, in quanto incarnano al meglio l’intesa artistica che è prima ancora un’intesa personale: il loro progetto, senz’altro una delle ‘cose’ più belle di questa stagione, stride fortemente con un’aridità di fondo che caratterizza troppo spesso il panorama artistico italiano, dove i duetti e le collaborazioni si contano davvero sulle dita di una mano, e, quando ci sono, magari sono sterile frutto di accordi commerciali che non hanno alcun senso dal punto di vista artistico.

“Il padrone della festa”, il primo disco di questo inedito supertrio, è composto da dodici tracce scritte a sei mani che consegnano al mercato discografico un progetto nato quasi per scherzo e poi consolidatosi sempre di più grazie a un viaggio in Sud Sudan, dove Silvestri e Gazzè sono stati coinvolti da Fabi per le iniziative dell’organizzazione non governativa Medici con l’Africa CUAMM. Il titolo dell’album è originale e strano al tempo stesso, ma rende bene il significato del progetto: quel “padrone” è il pianeta in cui viviamo, l’ambiente, la Madre Terra così ricca di contraddizioni che, se protetta e aiutata, porta ciascun abitante a condividerne le gioie e, quindi, a fare festa.

Dei dodici brani dell’album, due sono già stati resi noti nei mesi precedenti. Della prima, “Life is sweet”, uscita già come singolo nella scorsa primavera, si sa già tutto: è un inno alla vita, che porta in sé un invito a godere delle meraviglie che ciascuno può assaporare e far proprie di giorno in giorno. Musicalmente parlando, la canzone racchiude al meglio lo stile dei tre artisti. La strofa iniziale, cantata da Gazzé e da Fabi, ci sembra vestita dallo stile e dall’impronta del primo:

Disteso sul fianco passo il tempo, passo il tempo
fra intervalli di vento e terra rossa.
Cambiando cambiando prospettive
cerco di capire il verso giusto,
il giusto slancio per ripartire.

mentre il contributo quasi rappato di Silvestri arriva alla terza strofa, a riportare l’impianto narrativo su una componente quasi più realistica:

Ma tutti insieme siamo tanti, siamo distanti
siamo fragili macchine che non osano andare più avanti
siamo vicini ma completamente fermi
siamo famosi istanti divenuti eterni
E continuare per questi pochi chilometri sempre pieni di ostacoli
e baratri da oltrepassare sapendo già
che fra un attimo ci dovremo di nuovo fermare

Il refrain poi è affidato a tutte e tre le voci:

Da qui passeranno tutti o non passerà nessuno
Con le scarpe nelle mani, in fila ad uno ad uno
Da qui passeranno tutti fino a quando c’è qualcuno
perché l’ultimo che passa vale come il primo
Life is sweet!

Con “L’amore non esiste” si passa invece all’intimismo. La canzone, già uscita come singolo a fine agosto, si configura come un monologo a voce alta, dove ci si confronta tra un ‘io pessimista’, che vuole uccidere ogni speranza sui sentimenti:

L’amore non esiste è un cliché di situazioni
tra due che non son buoni ad annusarsi come bestie
finché il muro di parole che hanno eretto
resterà ancora fra loro a rovinare tutto
L’amore non esiste è l’effetto prorompente
di dottrine moraliste sulle voglie della gente
è il più comodo rimedio alla paura
di non essere capaci a rimanere soli

e un ‘io ottimista’, che invece vuole far valere la propria esperienza come perfetta eccezione:

Ma esistiamo io e te
e la nostra ribellione alla statistica
un abbraccio per proteggerci dal vento
l’illusione di competere col tempo
Io non ho la religiosa accettazione della fine
potessimo trovare altri sinonimi del bene
l’amore non esiste, esistiamo io e te

Testo (che bella l’immagine di una coppia come “ribellione alla statistica”…) e musica si integrano perfettamente in una sintesi che è poi il senso di una bella storia d’amore, fatta di dubbi e di certezze che spazzano i primi, nell’idea di essere ‘altro’ rispetto al resto.

Passando invece al disco, l’apertura è per “Alzo le mani”, una ballata delicata e intima che invita ad ‘arrendersi’ ai suoni di ogni giorno, dal rumore della pioggia nel pomeriggio, alle cicale che cantano in un campeggio, al telefono che ci preannuncia una voce amica, al silenzio che si respira nella neve.

Io non suonerò mai così.
Posso giocare, intrattenere,
far tornare il buonumore o lacrimare.
Ma non suonerò mai così.
Non è solo cosa diversa,
è una battaglia persa: alzo le mani.

E’ una lode laica alla quotidianità, e alla varietà delle emozioni che ci regala. E già ci fa capire che questo è un disco anomalo, almeno dal punto di vista commerciale. Non quindi un occhieggiare a suoni e refrain accattivanti per fare cassa, ma piuttosto un voler dare spazio a tematiche che ciascuno dei tre artisti, o che il nuovo artista che è loro sintesi, ha più a cuore.

Ecco perciò “Canzone di Anna”, brano cantato dal solo Fabi – che ne è anche l’autore – dedicato a una persona forse reale, forse immaginata. Una persona anonima (“Anna con il suo nome che in tanti hanno cantato già” richiama inevitabilmente “Anna come sono tante…” con cui Lucio Dalla iniziava la sua “Anna e Marco”) ma anche matura, sensibile e sola, che “si chiude in bagno quando a cena parlano di libertà” e che “domanda agli altri tutto quello che non sa”.  Il brano è una perfetta sintesi tra melodia e testo, con la presenza di Paolo Fresu, che con la sua tromba disegna un’intensa iperbole di note, malinconica e viva al tempo stesso. Dice Fabi in proposito: “Qui all’inizio volevo fare are You going with me di Pat Metheny…! Poi ho accelerato, ci ho messo un po’ di Joao Gilberto e un po’ di scuola romana delle origini con qualche accordo in piú… Poi Anna non a caso.. Anna come sono tante… nome usato e riusato cosí da non permettere che nessuna lo potesse sentire in esclusiva…chiaramente due o tre amiche mie le avevo in testa, magari lo sanno, magari glielo diranno… A un certo punto le parole finiscono arriva Paolo Fresu e la storia ricomincia… E mentre la musica sfuma tutto si fa in bianco e nero come la televisione degli anni sessanta”.

In “Arsenico”, invece, siamo alle prese con la canzone probabilmente più ostica del disco. La penna è quella di Gazzè, voce solista. Il brano parla di un abbandono, e la voce solista si accompagna ai fiati che ne segnano lo stile, grave e serioso:

Sai,
fossi il Dio del tempo
Io lo inchioderei
Proprio nel momento in cui tu
Vestita di tempesta
Non ti ho vista più

E’ la traccia più ostica anche perché è l’unica davvero ‘pessimista’: non vorremmo azzardarci a dire che sia addirittura fuori luogo nel contesto del disco, certamente per lei prevediamo una tiepida accoglienza nelle esecuzioni live.

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Con “Spigolo tondo” prende spazio invece Silvestri, e non solo perché esordisce nella strofa iniziale:

Una frase libera semi cromatica
cambia il colore del mondo
La visione comica di una piramide
rende lo spigolo tondo
L’espressione empirica di una catastrofe
non dura più di un momento
La visione comica di una tragedia
fa risparmiare del tempo

Il testo è fatto di immagini costruite ad arte, che rimandano a una visione in cui la realtà va esplorata a fondo per non cadere nella superficialità della prima impressione. Fabi e Gazzè entrano in scena più avanti, nel refrain. E cantano quanto la natura abbia leggi complesse, e sicuramente non angoli retti, e che basti fermarsi un momento per apprezzarne l’unicità e la meraviglia. Lo stile, come anticipavamo, è tutto ‘silvestriano’, e l’arrangiamento, che spazia al ‘sudamericaneggiante’, ricorda altri suoi brani del passato, primo fra tutti “Il mio nemico”.

Come mi pare” è forse la canzone musicalmente più orecchiabile della raccolta e, azzardiamo, probabilmente sarà il terzo singolo estratto dal disco. Il testo offre una visione contrapposta tra due parti, quasi come se fossero due facce di una stessa medaglia, e figlie della contraddizione che fa parte della vita di chiunque. Nella prima, si fissano un po’ di ‘paletti’ sulla volontà di fare qualcosa e l’invito ad essere preparati a farlo, per le conseguenze che ogni azione, inevitabilmente, comporta:

Chi vuole scrivere impari prima a leggere
chi vuole suonare prima deve imparare ad ascoltare
chi vuole ridere impari prima a piangere
chi vuol capire prima deve riuscire a domandare
chi vuole vincere impari prima a perdere
chi vuol tenere prima deve sapere cosa lasciare
chi vuole insistere impari prima a cedere
chi vuole amare prima deve imparare a rinunciare

mentre la seconda è una sorta di inno alla libertà assoluta:

io so inventare so improvvisare
senza regole né strutture
faccio come mi pare
come mi pare
so immaginare una storia intera senza solo una parola vera
faccio come mi pare
come mi pare

Giovanni sulla terra” è un’altra creatura la cui paternità è assegnata a Fabi. Come Anna, è ancora il ritratto di un uomo qualunque, anonimo, nascosto, uno tra tanti, ma vivo e ricco della propria dignità:

Giovanni ha un codice a barre tatuato sul braccio
E si domanda che prezzo avrà
Rimanere se stesso
Lo spinge la propria vita in salita per ore
E ha paura che il proprio sudore
Sia lo sforzo di un fesso
La cima appare sempre un po’ più in su
E il sole brucia chi sta fermo, di più

Un ‘working class hero’ dei nostri tempi, che paga puntualmente le tasse, esce di casa quando i figli dormono ancora, e al rientro, li trova nuovamente addormentati. Così Fabi a proposito del brano: “Nasce tutto da un compleanno e i suoi regali, da un dulcimer e un blue sky, da echi di Joni Mitchell e Bernardo Lanzetti, e da uomini che lottano ogni giorno per andare avanti sulla propria strada, perchè il sole brucia chi sta fermo…

In questo stesso filone rientra anche “Il Dio delle piccole cose”, splendida poesia laica cantata da Max Gazzè, che la cofirma con l’autore Gae Capitano, vincitore del Premio Lunezia 2012. Il titolo del brano è solo casualmente, forse, lo stesso di un romanzo della scrittrice Arundhati Roy che racconta un amore non convenzionale nell’India degli anni ’60. Qui l’atmosfera è delicata e rarefatta, e le immagini sono evocative e commoventi:

Il Dio delle piccole cose aspetta la fine del cammino
Con un sacco sgualcito dal tempo di un piccolo inchino
Chissà se ci ridà indietro le vite che abbiamo in sospeso
Io credo sia questo l’inferno e il paradiso.

L’avversario” è invece senz’altro un episodio più leggero, dove con un ritmo incalzante le voci di Fabi e Gazzè si sfidano ironicamente a colpi verbali, mentre Silvestri fa da speaker. I contendenti della sfida a cui fa riferimento il brano possono essere sportivi o politici, ma sono sicuramente mediatici, e riportano alla mente i tanti scontri che hanno pieno diritto di cittadinanza nella società di oggi:

Faccio spesso le tue veci
io le feci e tu lo sai
come due migliori amici
che non saremo mai  

NoteVerticali.it_FabiSilvestriGazze_Il padrone della festaTocca poi a “Zona Cesarini”, e qui l’intimismo si riappropria dell’ascolto. Silvestri sale in cattedra, e confeziona una canzone d’amore minimal, quasi una filastrocca, piacevole e simpatica:

solo all’ultimo, soltanto all’ultimo
provo a combattere e riesco a vincere
mi metto in salvo io in zona Cesarini
ma è perchè sei tu che mi perdoni
e niente di più

Conclusione per “Il padrone della festa”, la title track, un brano tutt’altro che leggero. Il testo parla di presente e futuro, e ha un esordio a dir poco spiazzante ma perfettamente condivisibile:

Voglio che le cariche importanti
dove si decide per il mondo
vengano assegnate solo a donne madri di figli.

Sarei così curioso di vedere
se all’interno delle loro decisioni
riuscirebbero a scordarsi il loro futuro

E’ forte l’attenzione per le azioni da fare oggi, nell’immediato, per salvare il pianeta:

”ambiente” non è solo un’atmosfera,
una rogna nelle mani di chi resta
e il sasso su cui poggia il nostro culo
è il padrone della festa.

E sta all’uomo decidere se continuare a “festeggiare” o se, invece, spegnere le luci e dire addio a se stesso e al mondo, un esito che pare inevitabile se si continua a nascondere la testa dinanzi ai problemi e a lasciare le proprie radici perse in aria.
L’invito è esteso a tutti, indistintamente, perché

ciò che ti riguarda mi riguarda,
come ciò che lo riguarda,
ti riguarda.

E allora, considerando che “siamo ammanettati tutti insieme alla stessa bomba”, l’unica strada da percorrere è questa:

Ora per ora per ora, un passo alla volta
uno per uno per uno fino alla svolta

In conclusione, “Il padrone della festa” non delude certamente le attese, tutt’altro. Si tratta di un album ricco di contenuti, che, senza indugiare nel sensazionalismo della particolarità rappresentata dall’unione di tre artisti, genera parole e suoni che lasciano più di una traccia, e che meritano senza dubbio ascolti successivi. Un esperimento sicuramente ben riuscito, capace di coagulare tre creatività vicine ma diverse, tre mondi che si toccano e che insieme riescono a trovare una sintesi più che accettabile. “Il Dio delle piccole cose”, “Giovanni sulla terra” e “Spigolo tondo” sono a nostro parere gli episodi migliori del disco, che offre a chi ascolta uno spaccato di vita e un invito da raccogliere, quello di aver cura degli altri ma anche dell’ambiente che ci circonda, che poi è il titolare di ogni nostro respiro. Il padrone della festa, appunto.

Dopo le presentazioni del disco nelle principali librerie Feltrinelli italiane, Fabi, Gazzè e Silvestri saranno in tour fino a dicembre, con date che toccheranno l’Europa ma anche il nostro paese: debutto il 26 settembre a Colonia, poi Berlino, Parigi, Londra, Bruxelles, Lussemburgo, Amsterdam, Valencia, Madrid e Barcellona, quindi Rimini, e poi via via altre città, tra cui Roma, Firenze, Napoli e Torino.

 

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Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/

 

C’è un rischio che incombe sull’intero sistema culturale italiano e sulla musica d’autore in particolare: non valutare ciò che sta accadendo negli eventi live del trio FabiSilvestriGazzè per ciò che realmente è: un sodalizio prezioso e una tournée epocale. Letteralmente epocale.

Dopo il disco di inediti Il padrone della festa, uscito lo scorso settembre, si susseguono i sold-out delle prime date – Pescara, le due date di Roma, Modena e chissà quanti a venire –, per un tour in cui questi arzilli quarantacinquenni ci stanno dimostrando che la canzone di qualità ha un seguito molto più ampio di quello che ci si aspetterebbe.

Ma andiamo con ordine. Il punto è questo: i tre fanno parte di quella che alcuni chiamano la terza generazione della canzone d’autore italiana, cioè quella che ha iniziato la carriera negli anni Novanta, che viene dopo i cantautori degli anni Sessanta e dei Settanta (non capisco mai perché si ometta sistematicamente la generazione nata artisticamente negli anni Ottanta, periodo a mio avviso d’avanguardia per il genere in esame, ma tant’è). L’idea diffusa in Italia però è che niente sarà mai come prima per la canzone d’autore, e che i cantautori del periodo aureo (De André,Guccini per capirci) erano maggiormente seguiti perché c’era nel pubblico più predisposizione all’ascolto, i gusti non erano imbarbariti dalla televisione, la stessa televisione non dettava legge coi talent.

Perciò, per quest’opinione vigente, il meglio è passato, è stato bello e non tornerà.
Proprio per questo, il tour dei tre cantautori romani è epocale: oltre quindicimila persone in pochi giorni, per canzoni che richiedono un ascolto differente rispetto a quelle di Emma Marrone – non è un giudizio di merito: sono proprio mestieri diversi –; allora non è vero che oggi c’è meno predisposizione all’ascolto e non è vero che i gusti sono imbarbariti.

L’album, bisogna dirlo subito, è composto da belle canzoni (alcune davvero molto belle, come Giovanni sulla terra, Il padrone della festa o Come mi pare), con ottimo gusto dell’arrangiamento, che vengono percepite immediatamente come “diverse”: non ti aggrediscono ruffianamente, non cercano empatia sdolcinata. Coerentemente con la poetica di Fabi, Silvestri e Gazzè, richiedono la giusta attenzione e promettono la ricompensa di un bene nascosto. Promettono e mantengono.

Al concerto si respira, ed è quasi palpabile, il coinvolgimentospeculare degli estimatori dei tre cantautori. Si ha la sensazione che le fortune per questo progetto stiano montando giorno dopo giorno, che l’entusiasmo stia crescendo a ogni data; che la gente incuriosita, ascoltando le canzoni del disco, rimanga piacevolmente colpita in maniera sistematica. La delicatezza e il buon gusto del disco fa rima con l’atmosfera del live e le vecchie canzoni dei tre confermano la sensazione di una poetica di qualità. Tutto è al proprio posto.

E allora vien da pensare che la canzone d’autore non se ne sia mai andata e che il pubblico, in fondo, sia molto meno indirizzabile di quello che ci vogliono far credere. Fabi non farà forse mai i numeri di Ligabue; Silvestri della Pausini; Gazzè di Vasco. Ma le canzoni arrivano, precise e puntuali per come devono arrivare. Aprono e chiudono i loro doppifondi, lavorano ai fianchi e descrivono in maniera esclusiva ciò ch’è nascosto. E ci chiedono di più di un ascolto superficiale per un’emozione da fan epidermica e scontata. Ci chiedono, in definitiva, di essere vivi.

Fabi, Silvestri, Gazzè: Il padrone della festa

26 – SETTEMBRE – 2014

Ascoltate questo album. Ma ascoltatelo davvero. Fate come faceva la gente un tempo: prendeva un disco, uno di quei magnifici vecchi padelloni di vinile nero, lo metteva sul piatto del giradischi, prendeva una sedie abilmente sistemata in maniera equidistante dalle casse dello stereo e stava lì, seduto, per quei trenta quaranta minuti che l’ascolto del disco richiedeva. Ascoltate questo album, non lasciatelo scorrere tra le vostre orecchie come se fosse un album qualsiasi. Perché non lo è. Ve ne accorgerete, canzone dopo canzone, melodia dopo melodia. E non perché è il frutto del lavoro di tre grandi artisti che mettono insieme la loro profonda amicizia, non perché è il risultato della nascita di un “supergruppo” ideato da tre star della musica italiana, non perché la loro unione fa notizia, sensazione. No. Questo album è fatto di grandi e belle canzoni, di melodie da non dimenticare, di parole da portare dentro al cuore, di armonie che ascolto dopo ascolto fanno piazza pulita di tanti, troppi equivoci, di tanta, troppa noia, di tante, troppe ovvietà.

Non c’è altro che la musica e le canzoni, non c’è altro che la voglia di parlare, comunicare, cantare, suonare, mettersi in giorno. Non c’è l’ansia del successo, non c’è la competizione tra i tre per mettersi in mostra agli occhi del pubblico o fra loro stessi. C’è la musica e ci sono le canzoni. Canzoni che prendono corpo pian piano, tra le pieghe di una voce e quelle di un’altra, senza mai negare una singola personalità, senza mai dimenticare l’amalgama, opera magnificamente collettiva in un mondo in cui l’individualismo è la regola. Ci sono la musica e le canzoni, che non sono cose da buttar via, da usare e gettare in un angolo come un fazzolettino di carta, ma tasselli importanti della nostra vita, specchi e fotografie, ritratti e istantanee, nei quali ognuno di noi più guardare e guardarsi, riconoscere e riconoscersi, come solo con le grandi canzoni si può e si deve fare. Ci sono la musica e le canzoni in un Italia, quella del 2014, che sembra non volere più guardarsi attorno, che non sembra avere speranze e sogni, canzoni e musica delle quali abbiamo bisogno, delle quali non possiamo fare a meno. Divertimento, passione, sentimento, dolore, allegria, ironia, forza, creatività: ogni brano è frutto dei desideri e dei sogni di ognuno dei tre, in ogni canzone è possibile riconoscere il mondo dei singoli autori e al tempo stesso vedere la tessitura più grande, lo scenario completo, quello in cui tutto s’intreccia, diventa diverso, più grande, più ricco, più completo, più bello. Niccolò Fabi, Max Gazzè e Daniele Silvestri hanno, forse incautamente, pensato che valesse la pena mettersi in gioco, confrontarsi, unirsi, legarsi, magari solo per un po’, solo per vedere dove si può arrivare insieme. E non c’è dubbio che siano riusciti a creare qualcosa che, se ascoltata con l’attenzione che merita, potrebbe, come fanno le opere d’arte importanti, rendere la nostra vita migliore. Anche se solo per qualche minuto.

via Media-Trek.

Venerdì di Repubblica

L’album della settimana

Nel nuovo cd “Quindi?” pochi brani surreali e, invece, tanti riferimenti ai sentimenti e all’oggi

Gazzé e la metafisica dell’amore che alla fine è sempre tenerezza

Da quando ha iniziato, nel ’96, di domande Max Gazzé se ne è fatte molte, sviluppando le possibili risposte nella sua musica. Oggi che potrebbe crogiolarsi nell’idea d’essere un originale autore pop (ma non lo farà mai, anche se questo è il settimo disco), non smette tuttavia di farsi domande.
Il titolo del cd è inteso sia come l’invito a proseguire che a concludere un discorso. E quindi? Quindi qui ci sono cose meno surreali rispetto a quanto ci aveva abituati, se escludiamo l’elettronica sottile di Storie crudeli (che ricorda le recenti produzioni Battiato-Sgalambro e si chiede perché spaventare i bambini con racconti drammatici)e il prog funk di Nuovi allineamenti di Stonehenge, che sembra scritta 25 anni fa e spiega strane teorie geofisiche. Forse perché dopo tanto tempo Gazzé ha messo da parte qualche sogno per parlare di più dell’oggi: non è male, perché se gli episodi di Quindi? sono meno facili di altri suoi lavori (dimenticatevi pezzi superpop come Il solito sesso), necessitano di più lavoro per essere scoperti. Il resto dei brani è più contemplativo, con la tipica varietà di stili di Gazzé, e raccontano della vita con cui ognuno ha a che fare quando la mente vaga: l’amore in tutte le sue facce, l’incapacità di scegliere e un interessante pensiero sulla “metafisica della composizione che astrae l’artista dalla sua sposa”. Anche se poi si torna sempre lì, all’amore protettivo di Mentre dormi, colonna sonora di Basilicata Coast to Coast, il film di Rocco Papaleo, dove Gazzé ha una piccola parte.

voto: *****

«Ultimamente sono un po’ fuori dalle cose: ascolto poca musica, vivo in campagna, faccio il giardiniere. Raccolgo e coltivo albicocche». Per un attimo ci credo davvero, Max se ne accorge e aggiunge ridendo: «Non è vero, vivo a Roma, ma fuori dalle cose lo sono davvero».
Una nuova etichetta discografica, l’inizio della carriera di attore, la fine di un matrimonio. Il 2010 è un anno di cambiamenti per Max Gazzè, artista ancora considerato alternativo pur avendo partecipato a tre Festival di Sanremo.

Il nuovo album Quindi?, uscito ai primi di maggio, è fin dal titolo uno specchio fedele della rivoluzione in corso nella sua carriera: un disco diretto, raffinato, in cui le canzoni si legano l’una all’altra in maniera naturale, sfuggendo i cerebralismi che avevano caratterizzato la sua produzione precedente. «Non posso fare delle cover di me stesso – precisa Gazzè – Nel nuovo disco ho cercato un approccio compositivo diverso, sforzandomi di trovare nuovi modi di scrivere».

Con un linguaggio più maturo, il nuovo album ci racconta di un Gazzè diverso. Come spiega lo stesso cantante: «Non ho cercato il prodotto di tendenza: meno artificioso, meno ermetico, più artistico, nel disco ho voluto descrivere sensazioni in maniera più diretta».
Una fase nuova della sua produzione in cui, però, il cambio di casa discografica non c’entra: «Il cambio di etichetta non ha influito: pubblicare un disco è un punto di partenza, ma per potersi emozionare è necessaria alla base un’idea artistica».

Quindi? nasce da una scrittura musicale organica, che diventa la base per la stesura di testi complessi: nonostante alcuni brani, su tutti Stonehenge, nascano da giri di basso («degni di Marcus Miller», chiosa Gazzè), l’istinto del bassista si smorza per affrontare la composizione nell’insieme, fornendo il supporto musicale per la collaborazione con Gianni Gimmy Santucci, autore dei versi.
Ricorda Gazzè: «I temi musicali sono miei, ma gli argomenti sono discussi assieme a Gimmy: ne parliamo tutto il pomeriggio, poi lui il giorno dopo torna con uno scritto che sintetizza il nostro incontro. Mi intriga lavorare sulla parte letteraria, per focalizzare sull’alchimia con la musica, per aumentarne la creatività. La scrittura dei testi mi permette di indentificare colori diversi nei vari brani: le parole sottolineano alcuni passaggi e, nella loro ironia, pochi versi riescono a condensare significati complessi, con infiniti rimandi. Basti pensare che l’Università di Leida, in Olanda, li ha studiati nelle loro diverse sfaccettaure. Non ne ha parlato nessuno».

Fra i testi più dibattuti dell’album, quello di Storie crudeli, un pezzo sulla cattiveria delle favole, dove il mondo fantastico e disturbato narrato dai fratelli Grimm ha come corrispondente moderno i Teletubbies: mentre le storie popolari, pur nella loro impressionante crudeltà, raccontavano la morale di una società violenta, i pupazzi televisivi di oggi, afferma Gazzè «insegnano solo ai bambini a essere dei robot. Cenerentola ed Hänsel e Gretel creano dei mostri, ma hanno a volte anche un involontario sfondo ironico: pensiamo a Biancaneve e al suo rapporto equivoco coi sette nani, sul quale è meglio rimanere nell’ambito del gossip. Ma i Teletubbies no: fanno parte di un programma della Bbc finalizzato alla creazione di automi. E noi non ne abbiamo bisogno».

Al di là dell’impronta (dis)educativa, la tv riveste comunque un ruolo di primo piano nel mercato discografico, dalla promozione dei dischi fino alla creazione dei nuovi cantanti-prodotto, sfornati a ciclo continuo dai talent-show e pronti a essere sostituiti di anno in anno dal modello più recente.
Un sistema quasi industriale che, comunque, non impensierisce Gazzè: «Amici e X-Factor sono solo una moda: cambieranno nel corso degli anni, ma questi programmi non sono un problema per la musica, sono più un problema per i ragazzi che li fanno. Alcuni hanno valore, ma quando collochi una persona sulla cresta dell’onda devi essere sicuro che sia in grado di nuotare. Questi ragazzi vengono bruciati dai meccanismi: mi auguro riescano a trovare strade diverse per far maturare il loro talento».

Se la tv viene vista come una scorciatoia per il successo, magari effimero, i giovani talenti si scontrano con un settore in piena crisi dove, come ricorda Gazzè, «c’è un po’ di malcontento: come nel resto del mondo mancano i soldi per i live e per i dischi». Un mondo in cui le vie tradizionali non funzionano più: «A fine concerto tanti ragazzi mi lasciano i loro cd: più sono interessanti più mi spiace, perché il mondo discografico è pieno di barriere. Lo è per chi è già affermato, figuriamoci per chi deve affermarsi o iniziare una carriera. È un momento decadente, ma la crisi non è colpa di internet. La rete è un mezzo in evoluzione, del quale ci manca la consapevolezza. Bene sarebbe sederci a un tavolo e usare la nostra creatività per trovare soluzioni nuove, idee diverse che vadano oltre la tradizionale produzione di un album».

Tra i nuovi progetti intrapresi quest’anno, spicca la partecipazione di Max Gazzè a Basilicata coast to coast, il film di Rocco Papaleo in cui il cantante, a fianco di Giovanna Mezzogiorno, interpreta il ruolo di un musicista muto. La storia racconta di un gruppo di artisti che tentano di raggiungere a piedi il luogo lontano dove dovranno esibirsi. Un on the road attraverso la Basilicata che diventa un viaggio introspettivo, quasi un pellegrinaggio con parecchia autobiografia. Per il Gazzè musicista, a inizio carriera professionista in giro per l’Europa, questa è «una situazione nella quale mi riconosco, anche se nel personaggio non so quanto c’è di mio. Ma il viaggiare, il raggiungere obiettivi e, soprattutto, dare la vita per raggiungere il concerto sono certamente parte di me».

Fonte: Mente Locale

Quindi? (Rockol.it)

Non è facile spiegare perché questo album, che apparentemente sfoggia le stesse carte del precedente “Tra l’aratro e la radio” (i due album hanno in comune lo stesso team di produzione, stessi autori, parte degli stessi musicisti), sembra da quello così distante in termini qualitativi, sin dal primo ascolto. Forse non avrà nemmeno un singolo in grado di fungere da tormentone radiofonico come era stato per “Il solito sesso” due anni fa, ma “Quindi?” è un album che si avvicina pericolosamente al concetto di capolavoro, almeno rapportato alla discografia di Max Gazzè, giunta, con questo, al suo settimo capitolo. Chiaro, non si griderà alla sorpresa, ascoltando questo lavoro, perché il DNA musicale di Gazzè è ormai conosciuto e in circolazione da quindici anni, così come lo sono il suo estro musicale e la sua originalità.

Eppure, pur non avendo dalla sua l’elemento “sorpresa”, “Quindi?” è l’album più bello, riuscito e completo di Max Gazzè, e lo è innanzitutto in termini di composizioni, pardon, di canzoni, che qui sono quasi tutte degne di un “best of”. Un album di prima qualità, che sembra scritto e registrato lontani da qualsiasi tipo di pressione, badando soltanto al risultato finale, all’ambientazione delle canzoni. E’ un disco pervaso di dolcezza, senza per questo mancare di energia: regala – anche per alcune citazioni dirette del paroliere Gimmi Santucci – alcune simmetrie battistiane, suona come a tratti suonarono due capolavori dell’era panelliana, “Don Giovanni” e “L’apparenza”, e non solo sul fronte acustico. Quello che “Quindi?” mette in luce è un’essenzialità di fondo, un assenza di “troppo” che riduce al minimo il rischio di logorrea musicale, da sempre una delle trappole più frequenti per un fantasista come Gazzè. Qui, al contrario, quasi tutto sembra essere stato messo a fuoco nel modo migliore, badando all’espressione prima, e alla comunicazione poi, tendendo a scremare il superfluo, senza però venire meno a una formula musicale che resta un connubio unico tra pop, rock, sperimentazione e surrealismo. “Quindi?” rimarca una lezione che rimanda dritti proprio al debutto di Gazzè, quel “Contro un’onda del mare” che nel 1996 fece girare la testa a molti. E non è un caso che il nuovo album si apra con un brano, intitolato “Io dov’ero (Atmos 5)”, che si riallaccia ai quattro precedenti episodi di “Atmos”, tutti contenuti proprio in quel debutto.

Trainato alla radio dall’incedere aggraziato di “Mentre dormi” – brano inserito anche nella colonna sonora di “Basilicata coast to coast”, il film di Rocco Papaleo che lo ha visto tra i protagonisti (seppure in un ruolo in cui è praticamente muto) – “Quindi?” ha numerose frecce al suo arco, non ultima proprio l’iniziale “Io dov’ero”, per non dire di altre canzoni splendide come “A cuore scalzo”, “La cosa più importante”, la fiabesca “Il drago che ti adora” e ancora “La moglie del poeta”, “Impercettibili” ed “Edera”. Ma tutto il disco vale l’ascolto, così come meritano una citazione i principali artefici del progetto, a cominciare dal produttore Giorgio Baldi per proseguire con Gianluca Vaccaro (missaggio), l’A&R di Universal Fausto Donato e, naturalmente, i musicisti, tra i quali spicca un illustre figlio d’arte, il batterista Cristiano Micalizzi, figlio di quel Fausto Micalizzi che negli anni ’70 diede un suono a tutto il cinema “poliziottesco” made in Italy.

Complimenti a Max Gazzè: tra l’aratro e la radio, tra sperimentazione e classifica, tra la voglia di essere se stesso e quella, altrettanto comprensibile, di avere successo, è riuscito nell’impresa di realizzare un album felice, vero e personale come in pochi avrebbero saputo fare. Quindi, non vi resta che ascoltarlo.

(Luca Bernini)

 

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Fonte: http://www.debaser.it

Recensione scritta da GustavoTanz per DeBaser.

Il 1996 per l’Italia è stato un anno particolare. Da una parte c’era il ritorno dei grandi cantautori, con Fossati che sfornava uno dei suoi lavori migliori, “Macramé”, De André che scriveva il suo canto del cigno, “Anime Salve”, De Gregori con il buon “Prendere e Lasciare”, e Battiato con l’ottimo “L’Imboscata”. Da un’altra era nell’aria l’avvento delle nuove band della penisola specializzate in rock e non solo, grazie ad album come (tra i tanti) “Il Vile” dei Marlene Kuntz, “Linea Gotica” del Consorzio Suonatori Indipendenti e “Ust” degli Ustmamò.E in mezzo chi c’era? Bella domanda.

In mezzo potrebbero essere collocati quei cantanti che hanno avuto modo di dire qualcosa, e di cui qualcuno ancora riesce a dire la sua al giorno d’oggi. C’era Gianluca Grignani, la cui “Fabbrica Di Plastica” può essere tranquillamente considerata il suo capolavoro, prima di iniziare (dal 1999 in poi) un declino dolorosissimo e caratterizzato da canzoni tendenti all’insulso e al becero, c’era Daniele Silvestri, che con il suo “Dado” riesce a fare il botto, sorprendendo ancora di più critica e pubblico; e, ultimo ma non ultimo, c’era Max Gazzé.

All’epoca bassista proprio del sopracitato Silvestri, proprio nel 1996 Max realizza una delle sue opere migliori, il suo esordio “Contro Un’Onda Del Mare”.

Un disco che lo si può considerare un manifesto della parte più grezza di Gazzé (aspetto che lo stesso artista riproporrà in parte nell’ultimo album): testi a volte complicati (“Quel che fa paura”, “Sul filo”), ma notevoli, e sonorità tendenti ad un rock duro (“Karbogha”: “Croce di sangue sullo scudo, mano protesa per forte paura, mantello strappato dalla spada, custode del Santo Sepolcro”), intenso (“Il bagliore dato a questo sole”: “Liberi di vivere, liberi di ascoltare le illusioni della mente e dell’anima…”), a volte quasi Soundgardeniano (“Gli anni senza un dio”: “Vedi figlio mio, solo poi ti accorgerai che è meglio non capire le miserie strane che ho capito io, chiudi gli occhi, è solo un fulmine, che verrà il tuono e io non ci sarò…”), senza troppa voglia di strafare con il rischio di finire male. Non mancano brani un po’ più pacati, come “Sirio è sparita”, “Il viaggio di Luna” (“Troverò prima o poi…Terra mia?”), e la divertente “Sono pazzo di te” (“Come farò a guarire dalle tue bugie, se non hai mai capito che sono pazzo di te?”). Di quest’ultima è imperdibile il video, ormai introvabile, dove Max gira con una bambola gonfiabile!

Notevoli anche le quattro tracce denominate “Atmos”, quasi delle mini-jam sessions (esclusa la quarta, denominata “Scherzo di un do minore”, esperimento per archi elettronici ben riuscito).

Ma non scherza la devastante e grottesca “Terra”, scritta a quattro mani con Lucio Morelli (“accendo la tv, sigaretta nella gola, vedo solo culi e sento voci stridenti”), la cui idea verrà ripresa dal nostro per “Nel verde”, contenuta nel successivo “La Favola Di Adamo Ed Eva”.

Il lavoro verrà apprezzato talmente tanto da essere pubblicizzato nientemeno che da Franco Battiato. Scelta coraggiosa e decisamente perfetta per uno come Max, artista al giorno d’oggi purtroppo non pienamente compreso dalla “parte grossa” della musica odierna, ma sicuramente dotato di tanto, tanto talento.

E quelli come noi se ne sono accorti da un po’.

fonte: http://www.storiadellamusica.it

Raduni 1995 – 2005

di Daniele Passeri

Come dice il ti­to­lo “Ra­du­ni 1995 – 2005” è una rac­col­ta che ha come in­ten­to ra­du­na­re il me­glio della pro­du­zio­ne de­cen­na­le del bas­si­sta-can­tau­to­re ro­ma­no. Di ma­te­ria­le ce n’è ve­ra­men­te molto, tren­ta can­zo­ni spal­ma­te su due cd, che rac­con­ta­no la car­rie­ra di Max Gazzè dal­l’al­bum d’ esor­dio “Con­tro Un’on­da Del Mare” del 1996 fino al più re­cen­te “Un Gior­no” del 2004, con l’ag­giun­ta di quat­tro nuovi brani, “Splen­de­re Ogni Gior­no Il Sole“, “Sexy“, “Di Na­sco­sto” e “Chan­son Idio­ma­ti­que” (in que­st’ul­ti­ma sem­bra chia­ro il ri­fe­ri­men­to alla fa­mo­sa “Chan­son Ego­cen­tri­que” di Bat­tia­to nota anche da Alice).

Tro­via­mo i clas­si­ci  come “Cara Va­len­ti­na” che a San­re­mo Gio­va­ni fu da “tram­po­li­no di lan­cio” per il Fe­sti­val del­l’an­no dopo dove Gazzè par­te­ci­pò con il brano “Una Mu­si­ca Può Fare“, anche que­st’ul­ti­mo pre­sen­te nella rac­col­ta. Tra i brani più noti ci sono  “Vento D’e­sta­te” con Nic­co­lòFabi, “L’uo­mo Più Furbo” e “Il Ti­mi­do Ubria­co“.

Con que­sta chio­ma di ca­pel­li ar­ruf­fa­ti, ab­bi­glia­men­to tra­san­da­to, in­som­ma una per­so­na­li­tà ap­pa­ren­te­men­te molto grez­za, Gazzè si ri­ve­la con un animo ro­man­ti­co quan­do ascol­tia­mo can­zo­ni come “La No­stra Vita Nuova” , una bal­la­ta dove c’è un con­ti­nuo cre­sce­re d’ar­chi con­tra­sta­to dalla rit­mi­ca del basso e della bat­te­ria. Io per­so­nal­men­te mi sento molto ap­pa­ga­to quan­do ascol­to una can­zo­ne d’a­mo­re non ba­na­le.

Il Mo­to­re Degli Even­ti” è in­ve­ce forse il pezzo piu ti­ra­to della rac­col­ta, sup­por­ta­to dalla chi­tar­ra e dalla voce di Car­men Con­so­li. Ma c’è da dire che nei pezzi di Gazzè c’è anche una gran­de vena co­mi­ca, com­po­nen­te fon­da­men­ta­le ascol­tan­do “An­ni­na” dove Gazzè dice alla sua donna, che se vuole real­men­te fare qual­co­sa per lui, do­vreb­be stare zitta. In­so­li­ta anche la più nota “La Fa­vo­la Di Adamo Ed Eva” .

Nella sua in­te­rez­za la rac­col­ta ri­sul­ta ab­ba­stan­za omo­ge­nea no­no­stan­te abbia piu di cin­que pro­du­zio­ni al­l’in­ter­no, fa­cen­do ec­cez­zio­ne per i brani trat­ti dal primo album “Con­tro Un’on­da Del Mare” , in­fat­ti ascol­tan­do “Il Ba­glio­re Dato A Que­sto Sole“, “Quel Che Fa Paura“, “Gli Anni Senza Un Dio” e “Sirio è Spa­ri­ta” si in­tui­sce una pro­du­zio­ne piu snel­la ma che da la sen­sa­zio­ne di ren­de­re più in­ci­si­vi i pezzi. Tra i brani ine­di­ti il più va­li­do è “Di Na­sco­sto” , can­zo­ne che fa parte del fi­lo­ne ro­man­ti­co-non­ba­na­le Gazzè.

Gran­de mu­si­ci­sta con una “ga­vet­ta” fatta nei lo­ca­li e nei scan­ti­na­ti della ca­pi­ta­le. In­so­li­to il basso come stru­men­to per un uomo che fa mu­si­ca cosi de­fi­ni­ta “pop“. In dieci anni di car­rie­ra col­le­zio­na in­nu­me­re­vo­le col­la­bo­ra­zio­ni con tutti gli ar­ti­sti che fanno parte della cosi detta “scuo­la ro­ma­na“. Alex Brit­ti, Da­nie­le Sil­ve­stri, Frank­ie Hi-NRG MC, PaolaTurci, e il gia ci­ta­to Fabi, sono solo al­cu­ni nomi di ar­ti­sti ro­ma­ni che hanno la­vo­ra­to con Gazzè. Anche se il più as­si­duo col­la­bo­ra­to­te di Max è suo fra­tel­lo Fran­ce­sco Gazzè, poeta e pa­ro­lie­re che firma tutti i testi delle can­zo­ni. Pro­prio di que­sto parla il brano “Poeta Mi­no­re” dove il can­tan­te re­ci­ta “io mu­si­co te sol­tan­to” ri­fe­ren­do­si al fra­tel­lo Fran­ce­sco.

Que­sta rac­col­ta esce per la con­clu­sio­ne del suo con­trat­to di­sco­gra­fi­co con la Emi, Gazzè più avan­ti pub­bli­che­rà un album per la On The Road(eti­chet­ta in­di­pen­den­te) fa­cen­do cosi com­pa­gnia alle sue ami­che Ma­ri­na Rei e Paola Turci che gia ave­va­no ab­ban­do­na­to le major per la stes­sa eti­chet­ta.