Intervista a Max Gazzè
CHE MAX GAZZÈ NON FOSSE IL SOLITO CANTAUTORE ALL’ITALIANA DA CHITARRA E SGABELLO, e non solo musicalmente parlando, ce n’eravamo già accorti dai suoi video e soprattutto dalla recente apparizione sanremese, quando arrivò sul palco indossando un completino scozzese da turista anni ’80, giocando a fare di tutto pur di non vincere il festival. Un concetto da lui simpaticamente ribadito anche al Teatro Dadà di Castelfranco Emilia, dove lo abbiamo incontrato poco prima dell’inizio di un concerto.

Una delle cose più particolari della tua musica sono i testi. Come nascono?
Sia io che mio fratello scriviamo i testi separatamente e spesso ci capita di adattarne insieme uno ad un altro. Raramente scrivo una melodia e poi il testo, è quasi sempre il contrario. Faccio lavori di collages: le canzoni nascono da situazioni diverse che poi messe insieme nella stessa armonia assumono un senso compiuto, una continuità.

A che cosa ti ispiri?
Non a scrittori in particolare o a qualche poeta, anche se mi piace la poesia: soprattutto Mallarmè, Montale, Zanzotto, Verlaine. Non mi piace il modo di scrivere i romanzi, o meglio, quello che detta i romanzi. Un modo diverso di scrivere romanzi ce l’ha, ad esempio, Umberto Eco, che è capace di sottilissime astrazioni. Per quanto riguarda i libri, penso che il mio messaggio si possa identificare soprattutto in certa saggistica mediorientale.

E per quanto riguarda la musica?
La musica è qualche cosa che va al di là del gusto in sé per me, non potrei limitarmi a dire “questo mi piace” e “questo no”; sono molto più attivo nel giudizio, analizzo in maniera quasi pitagorica tutto quello che ascolto, certe armonie, certi messaggi melodici. Mi ispira tutto ciò che mi stimola ed ovviamente cerco di scrivere cose altrettanto stimolanti.

Qualche artista di riferimento?
In passato, a prescindere dai miei gusti da musicista (sono 20 anni che suono il basso ed ho ascoltato Porter, Davis, tutto il repertorio jazz non standard), mi piacevano gli Style Council, Paul Weller, la musica ska, i Police. Poi, nel ’96, al mio ritorno in Italia (prima stavo in Belgio), ho scoperto altre cose interessanti: Battiato, ad esempio, che è un musicista straordinario, sempre propositivo. Mi dicono spesso che assomiglio a lui, ma in realtà lo conosco solo dal ’96.

E ti fa piacere?
Si, certo, perché lo stimo, ma non credo di ispirarmi direttamente a lui. Eppure, già prima che lo conoscessi mi dicevano che gli assomigliavo.

E il fatto di essere spesso accostato ad Alex Britti ti infastidisce?
Veramente, ci sono poche cose che mi infastidiscono, a parte il traffico urbano e i cellulari. Certo, possono esserci cose inesatte scritte su di me dalla stampa, ma l’importante è sempre comunicare attraverso un linguaggio armonico, sia in musica, sia in altri contesti. Il fatto di essere collocato nella fascia di emergenti attorno ad Alex Britti non mi dispiace. Ci conosciamo bene, io e Alex, abbiamo anche suonato insieme, anzi l’ho appena sentito poco fa per dirgli che avevo appena firmato un autografo sulla copertina di un giornale che lo ritraeva e lui rideva come un pazzo. Ci vediamo spesso a Roma e sono contento per il suo successo. È importante che ci sia una competizione latente e costruttiva tra noi, che ci stimoliamo a vicenda. Trovo casuale il fatto che esista adesso una scena musicale romana con Britti, Silvestri, Niccolò Fabi, Frankie High Energy. Ma anche a Torino c’è un movimento musicale incredibile: gli Africa United, i Subsonica, i Mau Mau. La musica italiana si sta evolvendo, si sta adattando a standard internazionali, ed è apprezzata anche all’estero, mentre quella francese, ad esempio, è molto più settaria, per via della lingua.

E l’esperienza sanremese com’è stata?
Bella.

Bella e basta??
Sono stato bene. E poi, tutto questo parlare intorno a Sanremo… Per me tra suonare qui, al teatro Dadà, o a Sanremo non fa molta differenza. La tensione me la davano gli altri. A un certo punto, nei camerini, me ne sono dovuto scappare e mi sono messo a parlare con i coristi…

E la tua mise l’avevi scelta tu?
Ovviamente, si sarà notato che mi piace l’ironia. Mi sono divertito ad indossare un vestito così assurdo. L’anno prossimo ci andrò vestito da astronauta, magari. Essendo cresciuto in Inghilterra ho un buon approccio all’umorismo, tendo sempre a mettere un po’ di sarcasmo in quello che faccio. Ad esempio, la Favola di Adamo ed Eva, una canzone in sé molto arrabbiata, è stata poi sdrammatizzata da un buona dose di ironia.

Il video è davvero originale.
Descrive il paradosso della ciclicità con la quale si costruiscono le macchine, in modo che si sfascino subito ed uno ne debba subito comprare una nuova: questa, purtroppo è la Favola di Adamo ed Eva. Il video nasce da un idea mia e di Daniele Persica. Anch’io mi dilettavo di regia, ho fatto dei cortometraggi. Anche Una musica può fare ha delle riprese bellissime, magari un giorno ne faremo un contrometraggio.

E l’Amore pensato?
È una canzone che ha ormai 6 -7 anni. Non mi piaceva la parte finale del testo e ho chiesto a Daniele Silvestri di concluderla. Lui l’ha fatto e io l’ho cantata. E’ stata scritta a sei mani, da me, mio fratello e Daniele.

Le tue canzoni nascono da occasioni precise?
Sono fondamentalmente autobiografiche. Spesso mi è capitato, e non credo di essere l’unico, di idealizzare i rapporti con le altre persone, di crearmi fantasie, di pensare “faremo tutto questo insieme…”. Poi, in realtà, non è così, vengo disilluso da fatti concreti. Idealizzare le cose è controproducente.

E se guardi al passato hai qualche rimpianto?
C’è sicuramente qualcosa che avrei voluto fare e non sono riuscito a fare, ma, tutto sommato, da quando ho cominciato a capire che tutto quello che faccio posso farlo senz’ansia, le cose vengono più fluide. L’importante è fare, non essere ansiosi di fare qualcosa. Quello che mi sta accadendo, soprattutto adesso che sto avendo un discreto successo, non l’ho mai cercato in maniera morbosa e ansiosa e forse è per questo che non mi monto la testa e non cambio l’atteggiamento nei confronti di me stesso. Le cose più importanti rimangono la musica, i miei affetti e il fatto di accompagnare ogni cosa che faccio alla passione.

Progetti per l’estate?
Credo che parteciperò alle pantomime estive tipo Festivalbar, Dischi per l’estate…

Ti divertirai sicuramente…
Sì, soprattutto se mi faranno cantare in playback. Magari farò anche qualche ballettino sciocco…

Anche a Sanremo si vedeva bene che ti stavi divertendo e non eri per niente in soggezione.
Ma sì, lì la tensione è dovuta più alle pressioni esterne, una volta sul palco, ero tranquillo e rilassato. Non bisogna prendersi troppo sul serio, sono andato apposta con una canzone così per evitare di farlo. Ci sono amici che invece ci vanno con propositi seri e intenzioni precise, e sanno farlo bene; io preferivo la formula ironica, non sanremese. Per il resto, da anni sono abituato all’approccio col pubblico. Certo, davanti a 400mila persone, come per il concerto del 1 maggio, l’adrenalina si sente. Ma tra il suonare davanti a mia madre o davanti a 500mila persone per me non cambia molto, mi imbarazzerebbe forse di più mia madre…

Cecilia Lazzeretti  08 aprile 1999


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